Aprile e fiorellini

Aprile e fiorellini

Aprile e fiorellini

*newsletter 1/04/2022

Chiariamoci: io questa email l’ho chiamata così, ma è ‘na sorta di preghiera, di speranza, perché qua se non arriva una bella svolta non so bene come proseguirà il resto dell’anno.

 

Ciao amic*,

bentornat* nell’ iper spazio super confuso di quest’anno, in cui le email arrivano quando arrivano, piene di info, racconti, musica e via così.

Intanto parto dalla domanda iniziale con cui comincio sempre: come state?

(Quando vorrete potrete rispondermi, la mia casella è sempre aperta)

 

Come si sarà capito dall’incipit di questa email, qui da Roma posso dirvi che è stato un periodo completamente senza equilibrio.

Come in quei film di fantascienza, dove chissà per qualche motivo i protagonisti che vanno sullo spazio a ‘na certa si ritrovano a vagare nello spazio, con quelle super tute bianche, e galleggiano senza riuscirsi a muovere.

Ecco: galleggiare senza muoversi, col terrore che l’aria prima o poi finisca.

Questo è stato marzo, anzi, se proprio dobbiamo dirla tutta così si va avanti da un po’.

E ve ne parlo perché secondo me è una condizione generica, non ho sentito una e dico una persona che se la stia cavando bene ma davvero bene in questo periodo.

 

Sarà che marzo ci fa sentire quanto sia vicina la fine di qualcosa: anno scolastico, anno accademico, universitario, quanto siano vicine le vacanze di Pasqua, e allora lì ti chiedi: “le vacanze mi faranno riposare abbastanza per poi ripartire a mille o mi affosseranno ancora di più?”.

Depressi, non avete idea di quante volte abbia sentito pronunciare questa parola.

Che è una parola che io non pronuncio mai, una parola di cui ho una paura immensa, al massimo posso dire “sono mega triste” o “ho una tristezza grossa così addosso”, e non solo ho il terrore di pronunciarla ma anche di sentirla.

Ecco, l’ho sentita da quasi tutte le persone che conosco, quelle più vicine a me.

 

Sarà il periodo? Sarà l’arrivo della primavera? Che prima di caricarci a mille ci scarica del tutto, come si dovrebbe fare con i cellulari? Chissà.

Io e la mia migliore amica stiamo aspettando l’arrivo di Aprile con la stessa intensità con la quale mia madre aspetta una svolta in Beautiful, tipo il ritorno del vecchio Ridge.

 

State anche voi così?

 

Io, dal canto mio, vi racconto che lo scorso weekend sono stata a Milano.

E l’ho vista come una benedizione questa partenza, ma vi spiego meglio, vi racconto dall’inizio.

 

Ho passato un tempo non troppo quantificato stesa sul letto, per giorni e giorni.

Cerco di raccontarvelo con leggerezza, perché è l’unico modo che abbiamo per raccontare le cose pesanti.

Ho passato giornate e giornate buttata tra le lenzuola: guardavo i libri della sessione sulla scrivania senza aprirli, annullavo appuntamenti presi con scuse qualsiasi, non disegnavo con vera voglia, facevo partire film senza guardarli davvero, l’unica cosa che veramente mi faceva alzare era pulire casa, ma solo perché non sopporto la polvere, poi si tornava a letto.

L’unica fonte di gioia che ho trovato per quasi tutto Marzo è stata il cibo: mangiare fette biscottate e marmellata per tutta la settimana per poi farsi pizza e patatine sia sabato che domenica, per poi piangere e stare sveglia per tutta la notte.

Ho dormito veramente poco, mangiato veramente tanto, e pianto per motivi per la quale non avevo trovato il coraggio di piangere in questi ultimi otto mesi.

Ho perduto la bussola: lo sapevo io, lo sapeva mia madre, lo sapeva la mia psicologa.

 

Poi arriva un invito: ti va di venire a Milano per uno shooting di moda?

E con quale cuore dicevo di no? Ad uno shooting? A Milano? Di fronte il bosco verticale?

Ho fatto la valigia due giorni prima della partenza, gli outfit li ho decisi una settimana prima.

E li ho decisi con estremo imbarazzo e senso di colpa: ho ripreso dei vestiti estivi che non mi vedevo addosso da mesi, e vedermeli addosso con una pancia così gonfia, con diversi chili in più, è stato bello strano.

Però comunque li ho messi in valigia, e sono partita.

 

Può Roma diventare soffocante? Può una città così grande e immensa soffocarti? Il venerdì mattina, prima di partire, avrei risposto sì.

Così ho preso il treno e sono arrivata.

Figata.

Sono arrivata, ho chiamato mia madre e le ho gridato al cellulare: “Milano è il futuro”.

 

Ecco, un paio di cose pratiche:

-se siete allergiche/allergici a TUTTO (come me) non potete mangiare da “Flower Burger”

-la gay street via Lecco di Milano (chiamata anche LeccaMilano) è pazzeska

-ai Navigli mangi zucchine piene d’olio e rischi di incontrare Rkomi (sì, è successo)

-e soprattutto se scendi a fermata “duomo” appena esci dalla fermata stai veramente sotto al duomo, che per osservarlo tutto devi praticamente stenderti a terra

 

Comunque, la vera cosa bella di questo viaggio, la cosa che più mi emozionava, era non solo che sarei andata lì per lavoro, per gente che voleva fotografarmi (a me? Ma sicuri? Anche ora che c’ho la panza?) ma soprattutto che era il mio primo viaggio fatto totalmente da sola!

 

Quando ho preso il covid ad Agosto sognavo di fare un viaggio da sola, ma poi tra rottura col mio ex, trasferimento, inizio dell’uni non l’ho più fatto.

Quando però sono arrivata nel mio hotel, e ho aperto il balcone che dava sulla terrazza, e ho sparso la mia roba ovunque, ho pensato: oh cazzo, è successo.

Una stanza straniera tutta per me, una terrazza tutta per me, in una città totalmente sconosciuta che posso girare come mi pare e piace perché non devo dare conto a nessuno.

Insomma, quando sono tornata all’una di notte, dopo una serata a LeccoMilano, dopo due calici di rosso e uno spritz è successo questo:

mi sono struccata, ho fatto la skincare, messo il pigiama, sistemato le cose per il giorno dopo, impostato la sveglia alle sei, fumato una sigaretta su quella splendida terrazza e mi sono proprio detta: io voglio questa vita.

Viaggiare, hotel, tornare tardi e doversi svegliare presto, fare skincare perché il giorno dopo c’è uno shooting, outfit eleganti, città sconosciute e fare tutto ciò perché è parte del mio lavoro, splendido.

 

La verità? Dopo lo shooting il mio unico desiderio era tornare a Roma, a casa mia.

Milano è stata splendida con me, la mia amica Viola è stata magica, ma dovevo tornare a casa mia.

Sono partita con la speranza che Milano mi facesse tornare a respirare, che mi desse un po’ di spazio rispetto alla soffocante Roma, non è stato così.

 

Speravo che Milano mi guarisse: 

ho passato altri tre giorni stesa sul letto.

Mi sono detta che non sarei uscita per sicurezza, perché ho visto veramente tanta gente e non volevo mettere a rischio nessuno, la verità è che non volevo uscire.

 

In più è successo che è da quando sono tornata che non dormo: mi addormento alle dieci, poi mi sveglio alle tre del mattino e il sonno non lo riprendo più.

 

Così, alla terza notte passata così, con una lucetta accesa, dei cartoni messi come sottofondo, con quei libri sulla scrivania che continuavano a gettarmi addosso il senso di colpa, ho deciso di alzarmi.

Anche se era notte.

Mi sono messa a guardare dalla finestra della cucina, per cambiare aria, io in compagnia di quella povera piantina vicino al lavello che continua ostinatamente a vivere, non capisco come ancora dopo tutto questo tempo senza acqua ancora non sia morta, e insomma mi sono seduta lì, al freddo, e ho fatto una lista.

 

Una lista di tutte le cose positive che non riesco a vedere, ma che ci sono.

Ad esempio sono stata in una città sconosciuta, dove non conoscevo nessuno, da sola, ho preso centinaia di metro in tre giorni senza avere nemmeno un attacco di panico.

Oppure ho ricominciato ad allenarmi e non solo, sono andata da un nutrizionista (ok, ok, questo è solo il quarto giorno di dieta ma arrivare ad avere quattro giorni consecutivi dove non salto i pasti per poi sprofondare in pacchi di biscotti e cioccolata è un gran bel risultato).

 

Ok, una lista di soli due punti.

Sono pochi?

Ieri notte mi sono detta sì, sono poche solo due cose positive.

Poi stamattina -sempre con poche ore di sonno- mi sono seduta alla scrivania e sono saltata, come se avessi messo una molla sotto al culo.

 

Ho guardato tutti i libri sulla scrivania, tutti quelli che mi facevano sentire in colpa perché di quattro esami che devo dare ancora non ho iniziato a studiare nemmeno per uno, così li ho levati.

Ho levato tutti i libri dalla scrivania, ne ho lasciato soltanto uno, e mi sono detta: ok, dove arrivi arrivi, magari di esami ne dai uno/due ora e altri due a settembre.

E mi sono sentita meno in colpa.

 

Non so se è stato catartico, non so se veramente ho migliorato la situazione, fatto sta che poi mi sono guardata allo specchio, mi sono guardata la pancia e le ho proprio detto: tanto tu sparisci, magari non in tempo per l’estate ma io non devo dare conto a nessuno, ce la faccio a rimettermi in forma.

 

E poi ho aperto il computer, e ho ricominciato a scrivere per voi.

Ho ricominciato a scrivere i contenuti per i social, le nuove idee, tutto quello che vorrei fare, ho ricominciato a fare programmi.

 

Ed ora, dopo giorni di diluvio universale su Roma, dalla finestra sta entrando il sole (che immagine poetica e cinematografica eh).

 

Comunque, tutto questo racconto era per dirvi che alla fine i punti positivi della lista sono aumentati.

E non perché sono successe cose esterne, non perché azioni o eventi mi abbiano fatto aggiungere nuovi punti, ma perché una qualche molla mi ha fatto scattare stamattina, e allora i punti positivi me li sono creata da sola.

Magari domani li smonto, domani magari non ci credo più, magari passerò la nottata a piangere su quanto io sia poco produttiva, sul fatto che ho studiato per fare l’attrice e non riesco a lavorare, ma per la giornata di oggi mi godo questi punti positivi.

Il sole.

E magari ora esco e mi vado a comprare un super pacco di carote e una nuova crema per la pelle, perché la voglia di vivere la puoi abbandonare ma la skincare non si molla mai.

 

Spero di non avervi annoiat* amic*, di avervi tenuto compagnia, e la mia casella email è sempre aperta e pronta per le vostre risposte.

 

Alla prossima email,

Adelio

Fatti per 24 e 25

Fatti per 24 e 25

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*newsletter 24/12/2021

Senza tempo

Senza tempo

 

‘Persone normali’ della nostra amica Sally

‘Persone normali’ della nostra amica Sally

Persone normali

“Persone normali”. Ok, parliamone.                

Non so che tipo di lettori voi siate, io ho avuto un’evoluzione ed una crescita direi abbastanza varia: c’è stato il mio periodo geronimo stilton, poi commediole, poi fantasy, poi commedie, narrativa, drammi, horror, i classici, i classici in lingua nel mio periodo più hipster, ma sono arrivata alla conclusione che a me piacciono le storie.

Le belle storie, quelle scritte bene e con delicatezza, che un messaggio ce l’hanno per davvero. Amo le storie contemporanee (che insieme ai testi teatrali e ai grandi classici rientrano nei miei generi preferiti) ed era un bel po’ di tempo che non ne trovavo una adatta. Direi quasi da tre anni, da quando appena trasferita a Roma non acquistai quel mattone che è “una vita come tante”.

Il bello dei social, e soprattutto di tiktok, è che alla fine ci ritrovi di tutto. Ed io, totalmente a caso, mi sono ritrovata nel booktok, dove gente sconosciuta consigliava letture interessanti. Ed io ho acquistato proprio i due classiconi pubblicizzati da mezzo tiktok: “La canzone di Achille” (che tra l’altro ancora evo finire di leggere) e “Persone normali”.

“Persone normali”, titolo originale ‘normal people’, è stato scritto da Sally Rooney e il mio primo commento appena ho finito di leggerlo,proprio a caldo, è stato e cito testualmente: “wow”.

Tempo fa, un bel po’ di tempo fa, un attore che stimo molto aveva pubblicato un frame della serie tv ‘normal people’ (presa proprio dal romanzo), elogiandola per trama, scrittura e recitazione.

Ed io rimasi super incuriosita e catturata da quel frame, ma fra i tanti impegni che c’erano non mi misi a cercare la serie, figuriamoci il libro.

Forse c’è un momento preciso, un istante ben delineato in cui le cose devono arrivare, e questo è stato il mio.

Una mattina mi sono svegliata convinta che la mia vita avesse bisogno di un glow up, ma di uno concreto, qualcosa che facesse proprio bene a me. Non tipo bere tanta acqua perché così ti idrati e dimagrisci, non tipo fare esercizio così distendi la mente ed i muscoli anche se poi in realtà io mi ritrovo sempre accartocciata, non disegnare perché ormai è diventato il mio lavoro.

Avevo bisogno di tornare a leggere, e Sally Rooney è stata una perfetta ripartenza.

La storia è molto semplice: Connell e Marianne vanno a scuola insieme, lei è una borghesuccia un po’ sfigata ma pungente, lui bello, figo, popolare, un po’ povero ma fondamentalmente buono e sincero (la mia ex prof d’italiano mi perdonerà per questa descrizione terribilmente snob). C’è un forte sentimento che li lega, con un unico problema: quando sono lontani hanno bisogno l’uno dell’altro, quando riescono a stare insieme stanno male o si feriscono a vicenda, spesso senza capire come.

A tratti mi ha ricordato – a livello proprio di trama- il romanzo ed il film “One day”: due protagonisti, molto amici, che si cercano e si allontanano in continuazione, e quando finalmente si avvicinano come coppia non vi dico quello che succede perché sarebbe un mega spoiler troppo pesante, però insomma quando sembrano essere davvero felici qualcosa rompe quest’idillio.

Il rapporto tra Connell e Marianne, la loro storia, un po’ mi ha ricordato il continuo acchiapparello presente in ‘One day’, ed ecco quindi il primo tema da trattare: l’acchiapparello non è un gioco carino nella vita vera.

“Persone normali” è un vero e proprio spaccato di vita quotidiana, per certi versi molto più realistico di “one day”, sembra quasi che la nostra nuova amica Sally abbia preso una lente d’ingrandimento, l’abbia posata sulla vita di una persona normale e l’abbia trascritta e raccontata a parole. Sì, ecco, potrebbe tranquillamente essere la vita di ognuno di noi.

Parla di crescita, università, rapporti pesanti con la famiglia, suicidio, depressione, relazioni tossiche, parla davvero di tanta roba e la cosa migliore è che tu non te ne rendi conto!

Ti ritrovi banalmente a pensare: “sì, è così”, oppure “cavolo questa è la mia vita” e poi ti ritrovi semplicemente ad andare avanti senza rendertene conto, riga dopo riga.

Questa storia è talmente reale e vera che, quando ho riconosciuto e razionalizzato in loro dei comportamenti un po’ tossici, e quando ho riportato la loro storia alla mia vita, ho proprio pensato: “oh, cazzo”.

Perché sì, giocare a questa sorta di acchiapparello nella vita reale con un uomo, una donna, insomma con una qualsiasi persona, può far male. Spesso, leggendo, nei loro litigi mi veniva quasi da rispondere e gridare: “perché discutete? La soluzione è proprio davanti ai vostri occhi!”.

E forse è per questo che è così realistico; perché noi –nella vita vera- spesso la soluzione non la vogliamo vedere, a volte non riusciamo a vederla anche se si trova esattamente sotto ai nostri piedi.

Insomma, la trama per quanto semplice mi ha colpita molto, e colpirà anche voi perché tutti, tutte e tutt* noi abbiamo avuto o abbiamo la persona con cui continuiamo a rincorrerci, spesso facendoci del male.

Ma ora parliamo dello stile.

Tutto il romanzo è scritto con grande delicatezza, estrema delicatezza. Eppure affronta argomenti anche molto pesanti: suicidio, violenza, depressione, e la sensazione che ho avuto io è che la nostra ormai cara amica Sally, mentre leggevo, si sedesse proprio di fronte a me, mi guardasse leggere dicendomi: “ecco, questa è la depressione, ora vuoi un dolcetto? Un cioccolatino? Dello zucchero filato?”.

Ed io volevo solo piangere e disperarmi per quello che vivevano i personaggi, per quello che di mio riconoscevo in loro, eppure sentivo Sally sempre lì pronta con un fazzoletto o un bacino.

Anche se, apriamo anche questa parentesi, tutta questa dolcezza banalmente spariva nei momenti di sesso; cosa che in realtà mi ha sconvolto, almeno le prime volte, perché ti ritrovi in questo mood di confusione, in cui ti senti un po’ in trance, non sai se sta parlando proprio della tua vita o se è solo un libro, non sai dove ti trovi, se sei più Connell o più Marianne, ti senti quasi sulle nuvole in certi momenti e poi sbeem: ti ritrovi la parola “cazzo” piantata così, nel nulla.

E dal che eri immers* in quello splendido mondo di nebbia, trance e cioccolatini, ti figuri proprio davanti agli occhi un enorme membro maschile con tanto di descrizione dell’atto.

Quando la mia testa ha iniziato a metabolizzare, ha iniziato ad abituarsi a questi momenti, ho proprio iniziato a pensare: “grande, sorella, è proprio così la vita. Prima estrema delicatezza, gentilezza, ti ritrovi quasi nell’iperuranio e un secondo dopo ti figuri proprio un bel membro maschile davanti”.

Bene, ora che abbiamo chiuso anche questa parentesi, possiamo parlare del vero tema che mi ha spinto a parlare di questo romanzo nel blog e sui vari social.

Essere persone normali.

Ho capito il senso del titolo, cioè della scelta del titolo, quando i due protagonisti cercano continuamente di diventare ‘persone normali’. Ed hanno i loro standard di normalità, vedono altre persone, e magari vedono in loro delle versioni migliori e quella diventa la normalità, per loro.

Ma non è così, essere persone normali.

Non so se io, personalmente, mi definisca una persona nomale. Non saprei giudicare se Connell e Marianne, nella mia testa, con la mia concezione della realtà, siano due persone normali, e ciò che fa cascare entrambi i personaggi, ciò che spesso li ferma, che li fa cadere in errore, è la paura del giudizio.

Temono di essere giudicati quando stanno insieme, quando non stanno insieme, perché forse ammettendo o provando ad accettare varie sfumature dei loro caratteri non sarebbero più giudicate ‘persone normali’.

Senza capire che, in realtà, nessuno è una persona normale, e quindi lo siamo tutti.

La nostra quotidianità è fatta di azioni ripetitive, banali, normali, o che almeno tutti noi giustifichiamo come tali ma la vera verità è che, alla fine dei giochi, quello che ricordiamo è il momento esatto in cui abbiamo compiuto quell’azione, abbiamo detto quella frase che ha superato la soglia del normale.

Che ci ha fatti andare un pelino sopra, che ci ha distinto dagli altri; eppure, nonostante siamo tutti consapevoli di ciò, continuiamo la nostra matta e disperata, nonché inutile, ricerca della normalità.

Ed alla fine, i due protagonisti si guardano e si confessano che, per quante ne hanno vissute, loro si sono fatti del bene.

Ed ecco quello che, per me, è stato il fulcro principale del romanzo: il fatto che le persone ci facciano bene, una persona può fare del bene ad un’altra, e nemmeno rendersene conto.

C’è una sorta di velo di gratitudine nella conclusione del libro, gratitudine proprio verso coloro che ci circondano, che rende il tutto molto bello.

E poi c’è la serie, che ho voluto obbligatoriamente vedere solo dopo aver letto il libro.

Gli attori sono fenomenali, ma la mia cosa preferita è che è estremamente fedele al libro, se non per piccoli dettagli.

Mi sono emozionata; non solo quando ritrovavo le esatte battute per come le avevo lette e immaginate, ma anche quando riconoscevo momenti e azioni.

Sapevo che dopo un’esatta battuta Connell avrebbe versato la birra rimasta nella sua lattina nel lavello della cucina, e non mi aspettavo di riviverlo nella serie esattamente come nel libro, ma quando è successo mi sono emozionata.

Mi è venuta la pelle d’oca, e ho pensato che non c’è niente da fare: quando una storia è scritta bene è scritta bene, stop. Non ci sono adattamenti che tengano, non potevano far altro che registrare una serie basandosi solo sulle parole della nostra amica Sally.

Quindi, arrivati alla fine di un articolo fatto da più di 1600 parole, non posso che consigliarvelo.

Perché lo divorerete, come me, che mi sono svegliata di domenica alle sette per poterlo finire tutto d’un fiato, per poterlo finire prima di dovermi alzare dal letto.

Alla prossima chiacchierata per il prossimo libro, che arriverà a breve.

E, se invece lo avete già letto o visto, cosa ne pensate? Cosa avete rivisto o sentito?

Aspetto i vostri pareri, a presto

Adelio.

Dire apertamente: “sì, ho l’ansia”

Dire apertamente: “sì, ho l’ansia”

Dire apertamente: “sì, ho l’ansia”

Soffrire di un disturbo d’ansia vuol dire ritrovarsi chiusa nel bagno dei fisioterapista, seduta per terra cercando di riprendere aria. Vuol dire fermarsi quando cammini troppo velocemente per essere sicuri di avere il fiatone e non l’ansia. Vuol dire dormire poco o dormire troppo, vuol dire non capirsi, vuol dire prima avere bisogno di sentire delle persone attorno e subito dopo avere la necessità di rimanere sola, perché gli attacchi di panico è meglio non mostrarli agli altri.

Ciao, io mi chiamo Adele e soffro di disturbi d’ansia.

Desclaimer: tutto ciò che leggerete è solo frutto della mia esperienza personale, una banale testimonianza che parla dopo essersi confrontata con diversi psicologi.

 

Oggi sul mio profilo instagram ho pubblicato questa illustrazione.

Un po’ perché credo sia arrivato il momento giusto per potervene parlare, un po’ perché quando la scorsa settimana ho chiesto quali temi avreste voluto affrontare insieme a me, una persona fra voi mi ha chiesto di parlare dei disturbi d’ansia e della difficoltà e l’imbarazzo che si sente quando si prova a dirlo o a condividerlo.

 

Quindi il tema di oggi sarà, non tanto l’ansia o gli attacchi di panico in se per se, ma la condivisione e l’accettazione.

 

La mia relazione con l’ansia e soprattutto con gli attacchi di panico è iniziata nel 2017, io avevo 16 anni.

E ne voglio parlare perché ricordo che, durante il mio primo infernale anno in questo rapporto assurdo con la mia ansia, tutto ciò che io cercavo erano testimonianze.

Gente che poteva confermarmi che era guarita, che l’ansia passa, che riesci a vivere e andare avanti nonostante tutto.

E purtroppo non ne trovavo, non riuscivo a trovare persone che apertamente e pubblicamente parlassero di questi argomenti, arrivai ad un certo punto a pensare  che magari non ne era sopravvissuto nessuno, e per questo nessuno ne parlava.

Spoiler: non è così.

 

Più in là magari vi parlerò anche di come è iniziata per me, di come ancora ora la affronto, di come ci vivo e convivo, ma oggi parleremo della condivisione. Di questo grande ‘coming out’.

Cosa che per me fu difficilissima da fare.

 

Ammettiamo pure che siamo arrivati a quel punto in cui abbiamo riconosciuto che, tutti i sintomi che sentiamo, tutti i pensieri brutti che arrivano, tutte le volte che ci aumenta il battito cardiaco, che non riusciamo a respirare, che ci sentiamo soffocare o svenire, siamo riusciti a riconoscerli come ansia.

Sì, perché mica è facile riconoscere.

Io vivevo sempre con la costante paranoia di un infarto o una reazione allergica.

E invece ammettiamo pure che siamo nel momento della nostra vita in cui abbiamo riconosciuto di avere dei problemi d’ansia, di soffrire di attacchi di panico.

E, che voi abbiate o no iniziato un vostro percorso con degli specialisti, arriva sempre il momento in cui questa nostra ‘amica’, questa nostra ‘relazione’ deve diventare pubblica.

E sì perché fin ora, se l’attacco di panico arrivava in pubblico, le scuse sono sempre state le stesse: “ torno a casa, non mi sento molto bene”, “non esco stasera, ho tanto da fare”, “vado a prendere un po’ d’aria che mi gira la testa” e perché nessuno ancora dice mai “torno a casa, ho un po’ d’ansia”, oppure “stasera non vengo, mi sta passando un attacco di panico”?

 

Fingere di avere la febbre è più credibile di un attacco di panico?

La febbre ci giustifica a non poter uscire ma un attacco di panico no?

 

Ed ora giustamente vi potrete chiedere: perché questa mia amica, questa mia relazione con l’ansia, deve diventare di dominio pubblico?

La risposta che posso darvi è: perché poi la vita diventerà più semplice, e giuro che io ne sono una testimone.

 

L’anno più brutto della mia vita, dove proprio la mia amica ansia dettava legge, era l’unica indiscussa protagonista, l’unico main character, è stato il mio ultimo anno di liceo.

E di bugie solo Dio e mia madre sanno quante ne ho dette.

Per i miei amici, anche quelli più stretti, o stavo sempre male o non avevo più voglia di uscire con loro ma non avevo il coraggio di dirglielo.

Ho saltato milioni di uscite, milioni di serate, diverse feste, qualche 18esimo, il mio primo appuntamento con un ragazzo, tantissime prove per uno spettacolo, il mio pranzo dei 100 giorni prima della maturità e ho balzato interamente quasi un mese di scuola inventando scuse su scuse.

Prima le febbre, poi la nausea, poi un’infezione, un imprevisto familiare, i miei amici e i miei insegnanti dell’epoca ne hanno sentite di ogni.

Fin quando non ho iniziato a dire: sì, io ho l’ansia.

 

Ricordo che quando iniziai a dirlo, quando iniziai a spiegarlo, quelli che all’epoca erano i miei amici nemmeno ne avevano mai sentito parlare.

Quando lo spiegai al mio ex lui rimase sconvolto, come può una persona sentirsi così, dal nulla? Come puoi essere a corto d’aria, con la tachicardia o con la gola stretta se è davvero tutto dettato dalla tua testa?

 

Ricordo che era una sera di luglio, avevo appena dato la maturità, e dovevo uscire a prendermi una birra. L’ansia chiaramente aveva altri piani: e sbem, un bell’attacco di panico, dopo aver passato le due ore precedenti a vestirmi e truccarmi.

Il mio ex si arrabbiò tantissimo perché stavo per dare buca a tutta la serata, così uscii solo per prenderlo da parte e spiegargli per quale motivo spesso preferivo rimanere a casa, preferivo dare buca a tutto.

Ricordo che gli spiegai tutto seduta per terra su un marciapiede, avevo un vestitino nero, e gli misi la mano alla gola, premendo leggermente con indice e pollice per fargli capire quello che spesso sentivo io.

 

La verità, amici miei che convivono con questi momenti, è che le persone vanno educate.

L’ansia e gli attacchi di panico possono essere invalidanti.

Possono portarti a non voler andare a fare la maturità, a non voler uscire con la persona che più ti interessa al mondo, possono portarti a non uscire per dare quell’esame che stavi preparando da mesi.

E le persone che avete attorno, almeno quelle più strette, vivranno meglio sapendo con quali mostri combattete o convivete.

 

Ora momento verità.

La morale ve la sto facendo io che ancora ad oggi continuo a inventare scuse su scuse pur di non dire la verità, direi quasi che ho affinato la mia tecnica, le mie bugie. Spesso, per i miei insegnanti in accademia, ho avuto la febbre quando in realtà venivo da una notte insonne accompagnata da tachicardia e sudore, oppure dovevo andare via prima per dolori alla schiena o emicrania, quando in realtà non riuscivo più a prendere aria.

 

Ma ho fatto dei passi avanti: i miei amici conoscono la verità, spesso mi imbarazzo e non voglio aprirmi del tutto, ma mi sforzo e –se succede- lo dico. Dico che probabilmente per quella famosa birra delle dieci io non li raggiungerò, perché mi sta passando un attacco di panico.

 Ed ora arriviamo alla fatidica domanda: e se gli altri si allontanano da me?

Sì perché, quando non ammettiamo di stare male, quando abbiamo bisogno di scuse su scuse pur di non dire che è tutta colpa dell’ansia, il vero problema è che ciò che ci spaventa è il giudizio.

Essere giudicati pazzi, matti, essere allontanati perché persone con questi problemi è meglio averle lontane.

 Ed ecco un’altra testimonianza.

Sempre in quel bellissimo utlimo anno di liceo, la prima persona a cui parlai di come stessi per davvero, la prima amica a cui confessai tutto, fu esattamente la persona che iniziò a dire in giro che ero pazza, che non stavo per niente bene mentalmente.

Ed era vero: non stavo mentalmente bene, ma non ero pazza, e lei non aveva nessun diritto di raccontare quello che stavo vivendo agli altri.

Ne dovevo parlare io.

 Sì amici, le persone vanno via, spesso mi sono ritrovata a palrare con gente che aveva paura di queste “cose”, che aveva paura anche solo ad approcciare con persone che vivono questi determinati momenti.

Ma, ripeto, le persone vanno educate.

Dobbiamo spiegare che significa per noi vivere determinate situazioni, e aspettare che l’altro capisca e accetti.

Se non lo fa, banalmente non è una persona intelligente, e chi ce lo fa fare a circondarci di persone così?

 Non è facile, lo so.

Dire apertamente: sì, ho un disturbo d’ansia. Oppure: sì, io vado in terapia.

Perché sembra di essere quelli deboli, quelli che arrivati ad un certo punto non ce la fanno.

Ma non è così.

Il mio consiglio, quindi, è quello di essere sinceri almeno con le persone molto vicine a voi, parlandone avrete fatto del bene anche agli altri, o quantomeno non avrete più lo sbatti di continuare a inventare bugie su bugie su bugie.

 Questo è tutto dalla vostra amabile e prolissa Adelio, spero di avervi fatto compagnia e avervi aiutato, almeno un po’.

A presto,

Adelio.

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