Senza tempo

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‘Persone normali’ della nostra amica Sally

‘Persone normali’ della nostra amica Sally

Persone normali

“Persone normali”. Ok, parliamone.                

Non so che tipo di lettori voi siate, io ho avuto un’evoluzione ed una crescita direi abbastanza varia: c’è stato il mio periodo geronimo stilton, poi commediole, poi fantasy, poi commedie, narrativa, drammi, horror, i classici, i classici in lingua nel mio periodo più hipster, ma sono arrivata alla conclusione che a me piacciono le storie.

Le belle storie, quelle scritte bene e con delicatezza, che un messaggio ce l’hanno per davvero. Amo le storie contemporanee (che insieme ai testi teatrali e ai grandi classici rientrano nei miei generi preferiti) ed era un bel po’ di tempo che non ne trovavo una adatta. Direi quasi da tre anni, da quando appena trasferita a Roma non acquistai quel mattone che è “una vita come tante”.

Il bello dei social, e soprattutto di tiktok, è che alla fine ci ritrovi di tutto. Ed io, totalmente a caso, mi sono ritrovata nel booktok, dove gente sconosciuta consigliava letture interessanti. Ed io ho acquistato proprio i due classiconi pubblicizzati da mezzo tiktok: “La canzone di Achille” (che tra l’altro ancora evo finire di leggere) e “Persone normali”.

“Persone normali”, titolo originale ‘normal people’, è stato scritto da Sally Rooney e il mio primo commento appena ho finito di leggerlo,proprio a caldo, è stato e cito testualmente: “wow”.

Tempo fa, un bel po’ di tempo fa, un attore che stimo molto aveva pubblicato un frame della serie tv ‘normal people’ (presa proprio dal romanzo), elogiandola per trama, scrittura e recitazione.

Ed io rimasi super incuriosita e catturata da quel frame, ma fra i tanti impegni che c’erano non mi misi a cercare la serie, figuriamoci il libro.

Forse c’è un momento preciso, un istante ben delineato in cui le cose devono arrivare, e questo è stato il mio.

Una mattina mi sono svegliata convinta che la mia vita avesse bisogno di un glow up, ma di uno concreto, qualcosa che facesse proprio bene a me. Non tipo bere tanta acqua perché così ti idrati e dimagrisci, non tipo fare esercizio così distendi la mente ed i muscoli anche se poi in realtà io mi ritrovo sempre accartocciata, non disegnare perché ormai è diventato il mio lavoro.

Avevo bisogno di tornare a leggere, e Sally Rooney è stata una perfetta ripartenza.

La storia è molto semplice: Connell e Marianne vanno a scuola insieme, lei è una borghesuccia un po’ sfigata ma pungente, lui bello, figo, popolare, un po’ povero ma fondamentalmente buono e sincero (la mia ex prof d’italiano mi perdonerà per questa descrizione terribilmente snob). C’è un forte sentimento che li lega, con un unico problema: quando sono lontani hanno bisogno l’uno dell’altro, quando riescono a stare insieme stanno male o si feriscono a vicenda, spesso senza capire come.

A tratti mi ha ricordato – a livello proprio di trama- il romanzo ed il film “One day”: due protagonisti, molto amici, che si cercano e si allontanano in continuazione, e quando finalmente si avvicinano come coppia non vi dico quello che succede perché sarebbe un mega spoiler troppo pesante, però insomma quando sembrano essere davvero felici qualcosa rompe quest’idillio.

Il rapporto tra Connell e Marianne, la loro storia, un po’ mi ha ricordato il continuo acchiapparello presente in ‘One day’, ed ecco quindi il primo tema da trattare: l’acchiapparello non è un gioco carino nella vita vera.

“Persone normali” è un vero e proprio spaccato di vita quotidiana, per certi versi molto più realistico di “one day”, sembra quasi che la nostra nuova amica Sally abbia preso una lente d’ingrandimento, l’abbia posata sulla vita di una persona normale e l’abbia trascritta e raccontata a parole. Sì, ecco, potrebbe tranquillamente essere la vita di ognuno di noi.

Parla di crescita, università, rapporti pesanti con la famiglia, suicidio, depressione, relazioni tossiche, parla davvero di tanta roba e la cosa migliore è che tu non te ne rendi conto!

Ti ritrovi banalmente a pensare: “sì, è così”, oppure “cavolo questa è la mia vita” e poi ti ritrovi semplicemente ad andare avanti senza rendertene conto, riga dopo riga.

Questa storia è talmente reale e vera che, quando ho riconosciuto e razionalizzato in loro dei comportamenti un po’ tossici, e quando ho riportato la loro storia alla mia vita, ho proprio pensato: “oh, cazzo”.

Perché sì, giocare a questa sorta di acchiapparello nella vita reale con un uomo, una donna, insomma con una qualsiasi persona, può far male. Spesso, leggendo, nei loro litigi mi veniva quasi da rispondere e gridare: “perché discutete? La soluzione è proprio davanti ai vostri occhi!”.

E forse è per questo che è così realistico; perché noi –nella vita vera- spesso la soluzione non la vogliamo vedere, a volte non riusciamo a vederla anche se si trova esattamente sotto ai nostri piedi.

Insomma, la trama per quanto semplice mi ha colpita molto, e colpirà anche voi perché tutti, tutte e tutt* noi abbiamo avuto o abbiamo la persona con cui continuiamo a rincorrerci, spesso facendoci del male.

Ma ora parliamo dello stile.

Tutto il romanzo è scritto con grande delicatezza, estrema delicatezza. Eppure affronta argomenti anche molto pesanti: suicidio, violenza, depressione, e la sensazione che ho avuto io è che la nostra ormai cara amica Sally, mentre leggevo, si sedesse proprio di fronte a me, mi guardasse leggere dicendomi: “ecco, questa è la depressione, ora vuoi un dolcetto? Un cioccolatino? Dello zucchero filato?”.

Ed io volevo solo piangere e disperarmi per quello che vivevano i personaggi, per quello che di mio riconoscevo in loro, eppure sentivo Sally sempre lì pronta con un fazzoletto o un bacino.

Anche se, apriamo anche questa parentesi, tutta questa dolcezza banalmente spariva nei momenti di sesso; cosa che in realtà mi ha sconvolto, almeno le prime volte, perché ti ritrovi in questo mood di confusione, in cui ti senti un po’ in trance, non sai se sta parlando proprio della tua vita o se è solo un libro, non sai dove ti trovi, se sei più Connell o più Marianne, ti senti quasi sulle nuvole in certi momenti e poi sbeem: ti ritrovi la parola “cazzo” piantata così, nel nulla.

E dal che eri immers* in quello splendido mondo di nebbia, trance e cioccolatini, ti figuri proprio davanti agli occhi un enorme membro maschile con tanto di descrizione dell’atto.

Quando la mia testa ha iniziato a metabolizzare, ha iniziato ad abituarsi a questi momenti, ho proprio iniziato a pensare: “grande, sorella, è proprio così la vita. Prima estrema delicatezza, gentilezza, ti ritrovi quasi nell’iperuranio e un secondo dopo ti figuri proprio un bel membro maschile davanti”.

Bene, ora che abbiamo chiuso anche questa parentesi, possiamo parlare del vero tema che mi ha spinto a parlare di questo romanzo nel blog e sui vari social.

Essere persone normali.

Ho capito il senso del titolo, cioè della scelta del titolo, quando i due protagonisti cercano continuamente di diventare ‘persone normali’. Ed hanno i loro standard di normalità, vedono altre persone, e magari vedono in loro delle versioni migliori e quella diventa la normalità, per loro.

Ma non è così, essere persone normali.

Non so se io, personalmente, mi definisca una persona nomale. Non saprei giudicare se Connell e Marianne, nella mia testa, con la mia concezione della realtà, siano due persone normali, e ciò che fa cascare entrambi i personaggi, ciò che spesso li ferma, che li fa cadere in errore, è la paura del giudizio.

Temono di essere giudicati quando stanno insieme, quando non stanno insieme, perché forse ammettendo o provando ad accettare varie sfumature dei loro caratteri non sarebbero più giudicate ‘persone normali’.

Senza capire che, in realtà, nessuno è una persona normale, e quindi lo siamo tutti.

La nostra quotidianità è fatta di azioni ripetitive, banali, normali, o che almeno tutti noi giustifichiamo come tali ma la vera verità è che, alla fine dei giochi, quello che ricordiamo è il momento esatto in cui abbiamo compiuto quell’azione, abbiamo detto quella frase che ha superato la soglia del normale.

Che ci ha fatti andare un pelino sopra, che ci ha distinto dagli altri; eppure, nonostante siamo tutti consapevoli di ciò, continuiamo la nostra matta e disperata, nonché inutile, ricerca della normalità.

Ed alla fine, i due protagonisti si guardano e si confessano che, per quante ne hanno vissute, loro si sono fatti del bene.

Ed ecco quello che, per me, è stato il fulcro principale del romanzo: il fatto che le persone ci facciano bene, una persona può fare del bene ad un’altra, e nemmeno rendersene conto.

C’è una sorta di velo di gratitudine nella conclusione del libro, gratitudine proprio verso coloro che ci circondano, che rende il tutto molto bello.

E poi c’è la serie, che ho voluto obbligatoriamente vedere solo dopo aver letto il libro.

Gli attori sono fenomenali, ma la mia cosa preferita è che è estremamente fedele al libro, se non per piccoli dettagli.

Mi sono emozionata; non solo quando ritrovavo le esatte battute per come le avevo lette e immaginate, ma anche quando riconoscevo momenti e azioni.

Sapevo che dopo un’esatta battuta Connell avrebbe versato la birra rimasta nella sua lattina nel lavello della cucina, e non mi aspettavo di riviverlo nella serie esattamente come nel libro, ma quando è successo mi sono emozionata.

Mi è venuta la pelle d’oca, e ho pensato che non c’è niente da fare: quando una storia è scritta bene è scritta bene, stop. Non ci sono adattamenti che tengano, non potevano far altro che registrare una serie basandosi solo sulle parole della nostra amica Sally.

Quindi, arrivati alla fine di un articolo fatto da più di 1600 parole, non posso che consigliarvelo.

Perché lo divorerete, come me, che mi sono svegliata di domenica alle sette per poterlo finire tutto d’un fiato, per poterlo finire prima di dovermi alzare dal letto.

Alla prossima chiacchierata per il prossimo libro, che arriverà a breve.

E, se invece lo avete già letto o visto, cosa ne pensate? Cosa avete rivisto o sentito?

Aspetto i vostri pareri, a presto

Adelio.

Dire apertamente: “sì, ho l’ansia”

Dire apertamente: “sì, ho l’ansia”

Dire apertamente: “sì, ho l’ansia”

Soffrire di un disturbo d’ansia vuol dire ritrovarsi chiusa nel bagno dei fisioterapista, seduta per terra cercando di riprendere aria. Vuol dire fermarsi quando cammini troppo velocemente per essere sicuri di avere il fiatone e non l’ansia. Vuol dire dormire poco o dormire troppo, vuol dire non capirsi, vuol dire prima avere bisogno di sentire delle persone attorno e subito dopo avere la necessità di rimanere sola, perché gli attacchi di panico è meglio non mostrarli agli altri.

Ciao, io mi chiamo Adele e soffro di disturbi d’ansia.

Desclaimer: tutto ciò che leggerete è solo frutto della mia esperienza personale, una banale testimonianza che parla dopo essersi confrontata con diversi psicologi.

 

Oggi sul mio profilo instagram ho pubblicato questa illustrazione.

Un po’ perché credo sia arrivato il momento giusto per potervene parlare, un po’ perché quando la scorsa settimana ho chiesto quali temi avreste voluto affrontare insieme a me, una persona fra voi mi ha chiesto di parlare dei disturbi d’ansia e della difficoltà e l’imbarazzo che si sente quando si prova a dirlo o a condividerlo.

 

Quindi il tema di oggi sarà, non tanto l’ansia o gli attacchi di panico in se per se, ma la condivisione e l’accettazione.

 

La mia relazione con l’ansia e soprattutto con gli attacchi di panico è iniziata nel 2017, io avevo 16 anni.

E ne voglio parlare perché ricordo che, durante il mio primo infernale anno in questo rapporto assurdo con la mia ansia, tutto ciò che io cercavo erano testimonianze.

Gente che poteva confermarmi che era guarita, che l’ansia passa, che riesci a vivere e andare avanti nonostante tutto.

E purtroppo non ne trovavo, non riuscivo a trovare persone che apertamente e pubblicamente parlassero di questi argomenti, arrivai ad un certo punto a pensare  che magari non ne era sopravvissuto nessuno, e per questo nessuno ne parlava.

Spoiler: non è così.

 

Più in là magari vi parlerò anche di come è iniziata per me, di come ancora ora la affronto, di come ci vivo e convivo, ma oggi parleremo della condivisione. Di questo grande ‘coming out’.

Cosa che per me fu difficilissima da fare.

 

Ammettiamo pure che siamo arrivati a quel punto in cui abbiamo riconosciuto che, tutti i sintomi che sentiamo, tutti i pensieri brutti che arrivano, tutte le volte che ci aumenta il battito cardiaco, che non riusciamo a respirare, che ci sentiamo soffocare o svenire, siamo riusciti a riconoscerli come ansia.

Sì, perché mica è facile riconoscere.

Io vivevo sempre con la costante paranoia di un infarto o una reazione allergica.

E invece ammettiamo pure che siamo nel momento della nostra vita in cui abbiamo riconosciuto di avere dei problemi d’ansia, di soffrire di attacchi di panico.

E, che voi abbiate o no iniziato un vostro percorso con degli specialisti, arriva sempre il momento in cui questa nostra ‘amica’, questa nostra ‘relazione’ deve diventare pubblica.

E sì perché fin ora, se l’attacco di panico arrivava in pubblico, le scuse sono sempre state le stesse: “ torno a casa, non mi sento molto bene”, “non esco stasera, ho tanto da fare”, “vado a prendere un po’ d’aria che mi gira la testa” e perché nessuno ancora dice mai “torno a casa, ho un po’ d’ansia”, oppure “stasera non vengo, mi sta passando un attacco di panico”?

 

Fingere di avere la febbre è più credibile di un attacco di panico?

La febbre ci giustifica a non poter uscire ma un attacco di panico no?

 

Ed ora giustamente vi potrete chiedere: perché questa mia amica, questa mia relazione con l’ansia, deve diventare di dominio pubblico?

La risposta che posso darvi è: perché poi la vita diventerà più semplice, e giuro che io ne sono una testimone.

 

L’anno più brutto della mia vita, dove proprio la mia amica ansia dettava legge, era l’unica indiscussa protagonista, l’unico main character, è stato il mio ultimo anno di liceo.

E di bugie solo Dio e mia madre sanno quante ne ho dette.

Per i miei amici, anche quelli più stretti, o stavo sempre male o non avevo più voglia di uscire con loro ma non avevo il coraggio di dirglielo.

Ho saltato milioni di uscite, milioni di serate, diverse feste, qualche 18esimo, il mio primo appuntamento con un ragazzo, tantissime prove per uno spettacolo, il mio pranzo dei 100 giorni prima della maturità e ho balzato interamente quasi un mese di scuola inventando scuse su scuse.

Prima le febbre, poi la nausea, poi un’infezione, un imprevisto familiare, i miei amici e i miei insegnanti dell’epoca ne hanno sentite di ogni.

Fin quando non ho iniziato a dire: sì, io ho l’ansia.

 

Ricordo che quando iniziai a dirlo, quando iniziai a spiegarlo, quelli che all’epoca erano i miei amici nemmeno ne avevano mai sentito parlare.

Quando lo spiegai al mio ex lui rimase sconvolto, come può una persona sentirsi così, dal nulla? Come puoi essere a corto d’aria, con la tachicardia o con la gola stretta se è davvero tutto dettato dalla tua testa?

 

Ricordo che era una sera di luglio, avevo appena dato la maturità, e dovevo uscire a prendermi una birra. L’ansia chiaramente aveva altri piani: e sbem, un bell’attacco di panico, dopo aver passato le due ore precedenti a vestirmi e truccarmi.

Il mio ex si arrabbiò tantissimo perché stavo per dare buca a tutta la serata, così uscii solo per prenderlo da parte e spiegargli per quale motivo spesso preferivo rimanere a casa, preferivo dare buca a tutto.

Ricordo che gli spiegai tutto seduta per terra su un marciapiede, avevo un vestitino nero, e gli misi la mano alla gola, premendo leggermente con indice e pollice per fargli capire quello che spesso sentivo io.

 

La verità, amici miei che convivono con questi momenti, è che le persone vanno educate.

L’ansia e gli attacchi di panico possono essere invalidanti.

Possono portarti a non voler andare a fare la maturità, a non voler uscire con la persona che più ti interessa al mondo, possono portarti a non uscire per dare quell’esame che stavi preparando da mesi.

E le persone che avete attorno, almeno quelle più strette, vivranno meglio sapendo con quali mostri combattete o convivete.

 

Ora momento verità.

La morale ve la sto facendo io che ancora ad oggi continuo a inventare scuse su scuse pur di non dire la verità, direi quasi che ho affinato la mia tecnica, le mie bugie. Spesso, per i miei insegnanti in accademia, ho avuto la febbre quando in realtà venivo da una notte insonne accompagnata da tachicardia e sudore, oppure dovevo andare via prima per dolori alla schiena o emicrania, quando in realtà non riuscivo più a prendere aria.

 

Ma ho fatto dei passi avanti: i miei amici conoscono la verità, spesso mi imbarazzo e non voglio aprirmi del tutto, ma mi sforzo e –se succede- lo dico. Dico che probabilmente per quella famosa birra delle dieci io non li raggiungerò, perché mi sta passando un attacco di panico.

 Ed ora arriviamo alla fatidica domanda: e se gli altri si allontanano da me?

Sì perché, quando non ammettiamo di stare male, quando abbiamo bisogno di scuse su scuse pur di non dire che è tutta colpa dell’ansia, il vero problema è che ciò che ci spaventa è il giudizio.

Essere giudicati pazzi, matti, essere allontanati perché persone con questi problemi è meglio averle lontane.

 Ed ecco un’altra testimonianza.

Sempre in quel bellissimo utlimo anno di liceo, la prima persona a cui parlai di come stessi per davvero, la prima amica a cui confessai tutto, fu esattamente la persona che iniziò a dire in giro che ero pazza, che non stavo per niente bene mentalmente.

Ed era vero: non stavo mentalmente bene, ma non ero pazza, e lei non aveva nessun diritto di raccontare quello che stavo vivendo agli altri.

Ne dovevo parlare io.

 Sì amici, le persone vanno via, spesso mi sono ritrovata a palrare con gente che aveva paura di queste “cose”, che aveva paura anche solo ad approcciare con persone che vivono questi determinati momenti.

Ma, ripeto, le persone vanno educate.

Dobbiamo spiegare che significa per noi vivere determinate situazioni, e aspettare che l’altro capisca e accetti.

Se non lo fa, banalmente non è una persona intelligente, e chi ce lo fa fare a circondarci di persone così?

 Non è facile, lo so.

Dire apertamente: sì, ho un disturbo d’ansia. Oppure: sì, io vado in terapia.

Perché sembra di essere quelli deboli, quelli che arrivati ad un certo punto non ce la fanno.

Ma non è così.

Il mio consiglio, quindi, è quello di essere sinceri almeno con le persone molto vicine a voi, parlandone avrete fatto del bene anche agli altri, o quantomeno non avrete più lo sbatti di continuare a inventare bugie su bugie su bugie.

 Questo è tutto dalla vostra amabile e prolissa Adelio, spero di avervi fatto compagnia e avervi aiutato, almeno un po’.

A presto,

Adelio.

Stanchi e disordinati

Stanchi e disordinati

Stanchi e disordinati

Stamattina mi sono svegliata felice, ed è stato strano.
Strano perché è un periodo bello pesante, perché il prossimo weekend (se tutto va bene) torno in teatro per tre date, e questo vuol dire quasi dodici ore di prove tutti i giorni, anche sabato e domenica.
 
Però insomma stamattina mi sono svegliata felice, e ricordo che ogni tanto gira questa frase sui social che dice che dovremmo notare i piccoli momenti in cui lo siamo, e quindi eccomi qui a raccontarvi il mio.
 
Ancora più strano però è il contesto in cui io mi sono sentita così.
Stamattina -unica mattina in cui potevo dormire un po’ in più- sono saltata dal letto alle sette spaccate.
Con la camera completamente buia, Congiunto che russava, il naso completamente tappato, la bocca secca ed un incubo fresco fresco di nottata.
Insomma, il buongiorno me l’ha dato un attacco d’ansia.
E sono rimasta dieci minuti nel letto, per cercare di calmarmi, di riprendere il mio respiro, e poi senza neanche pensarci sono uscita, da sola, alle sette di un sabato mattina.
 
Sono volata al bar, tra l’altro ancora col pigiama addosso (avevo la forza di uscire ma non quella di vestirmi)  ho fatto colazione con un cappuccino ed un cornetto al cioccolato (e poi capirete perché è necessario spiegare il cornetto al cioccolato) e ho fatto un giro al mercato.
Amo le persone del mercato, amo ancora di più quando il sabato e la domenica viene il signore che vende vestiti usati, che sono la mia passione.
Ho infilato le braccia in quella pila immensa di abiti e ne sono uscita con un bustone pieno di vestiti che verranno smontati e poi ricuciti, per diventare cose nuove che presto vedrete.
La cosa che mi ha fatto sorridere è che, dopo aver spulciato tutta la bancarella dei vestiti usati ma anche quella dei libri usati, dopo aver fatto colazione ed una passeggiata sotto il sole, tornando per la via di casa, appena arrivata al portone, è suonata la sveglia del cellulare.
E mi sono sentita felice perché, se un attacco d’ansia non m’avesse svegliato, stamattina alle nove avrei soltanto aperto gli occhi.
E invece alle nove ero già uscita, con la pancia e le buste piene.
Così mi sono lavata, ho levato il pigiama e messo il primo vestito senza calze del 2021, e ho aspettato che arrivasse l’orario delle prove per uscire di nuovo, felice.
E ci tengo a raccontarvi questa cosa perché, banalmente anche l’anno scorso, se a svegliarmi fosse stato un attacco d’ansia l’avrei vissuta male per tutto il giorno.
Mi sarei portata quella sensazione di una partenza sbagliata per tutta la giornata, la sensazione di aver già commesso un errore che avrebbe poi influenzato per forza tutto il resto.
E invece no.
 
Ed eccoci quindi al tema di questa newsletter: l’inutile ricerca della perfezione.
 
Intanto ci tengo a specificare -sempre causa prove- la newsletter è stata scritta di sabato notte e non di domenica, per cui quando parlo di ‘stamattina’ parlo del sabato.
 
L’idea per questa newsletter mi è venuta credo un paio di giorni fa, sotto la doccia.
Per i nuovi o per coloro che ancora non mi hanno inquadrata bene: piacere, sono Adelio, ho 22 anni e sono una perfezionista, purtroppo.
Sono sempre molto attenta a quello che faccio, quello che mangio, raramente lascio le cose al caso o lascio che le cose sfuggano dal mio controllo.
Quando sono nervosa, però, non riesco a gestire tutto.
Ed è successo che, per qualche giorno di fila, mi sono sentita veramente ma veramente in colpa con me stessa.
Perché ho mangiato male, non ho rispettato le mie routine, uscivo di casa con i capelli sporchi e la tuta, sentendomi proprio brutta, e non avevo nessuna forza per cambiare questa mia sensazione.
Quindi l’altra sera, dopo l’ennesima giornata di merda, mi sono infilata sotto la doccia e mi sono guardata.
Ho proprio preso la mia ciccia tra le mani e, allo stremo di qualsiasi forza, ho proprio pensato per la prima volta “ok, va bene così”.
 
Allora, quasi ancora completamente bagnata, avvolta da tre teli, mi sono seduta sul letto e ho preso il computer.
E, per poco meno di un’ora, ho fatto una cosa che non faccio quasi mai: ho lasciato andare.
Sono andata sul sito di Lush e ho comprato un nuovo balsamo solido e una nuova crema al lime, poi sul sito di ceraunabolla e ho comprato tre candele profumate, poi sul sito di espressoh e ho comprato un mascara.
E ciò che mi sforzavo di fare era semplicemente godermi l’acquisto, senza pensare ai soldi che stavo spendendo invece di conservarli per continuare a risparmiare per non si sa cosa, quei soldi li stavo spendendo per me.
E prova ne è stata la mezz’ora di felicità del giorno dopo.
Quando, dopo un’altra giornata di merda, ho aperto il pacco di lush e mi sono spalmata quella crema al lime e cocco che ormai è diventata una droga, e sono stata contenta di aver lasciato andare, per un po’.
Stesso discorso vale per il cornetto al cioccolato di stamattina, che normalmente non avrei preso.
 
Da un po’ di tempo a questa parte ho iniziato a provare una cosa nuova: ogni volta che ho un attacco di panico particolarmente pesante, mi premio.
Invece di buttarmi giù, invece di accusarmi perché la mia testa mi gioca brutti scherzi, io mi premio perché sono riuscita a farlo passare.
Con cose piccole: un donut, un cioccolatino, una nuova t-shirt, insomma dipende dalla situazione.
Un po’ con questo “premio” mi consolo, perché spesso gli attacchi di panico possono essere invalidanti: magari mi ritrovo a rinunciare ad una serata, ad una passeggiata con un’amica, ad un appuntamento, e mi consolo per questa rinuncia con un ‘regalo’, e un po’ mi premio proprio perché sta passando o magari quella sensazione è già andata via.
 
Ecco, vorrei provare a sperimentare il “premio” da periodo di merda.
Ad esempio: quando si vivono dei periodi particolarmente pesanti, regalarsi anche un solo giorno per lasciare andare alcune cose.
Un giorno in cui ti dai il permesso di fare shopping online, e poi ai risparmi ci penserai domani, un giorno in cui ti dai il permesso di fare colazione col cornetto al cioccolato, e poi alla nutrizionista e alla dieta ci penserai domani, un giorno in cui ti fermi e ti leggi un bel libro, e poi agli impegni accumulati ci penserai domani.
 
Siamo tutti alla ricerca della nostra propria perfezione, magari perché ce la impongono, magari ce la imponiamo noi, dobbiamo sempre reggere le aspettative che hanno gli altri e che abbiamo noi stessi per noi.
E nei periodi più pesanti diventa solo più difficile, quindi regalarsi un giorno per ‘lasciare andare’ mi sembra una giusta coccola, un giusto compromesso.
 
Per cui, fino alla pizza che ordinerò domani sera, mi andrà bene la mia ciccia così dove sta.
Mi andranno bene gli impegni accavallati, le mille cose da fare, mi andrà bene se domani, dopo le prove, tornerò a casa e crollerò dal sonno sul divano, invece di lavorare.
Fino a domani sera lascerò andare, mi andrà bene perché è la coccola che mi devo per questo periodo particolarmente tosto.
 
Ok, ok, la vera verità è che l’idea del giorno di coccola mi è venuto soltanto perché sono talmente stanca da non avere nessuna forza per stare in piedi in cucina, però mi andava di condividerlo con voi.
 
Detto questo, vi lascio perché sto per far partire sex and the city.
Questa è una newsletter un po’ disordinata, un po’ stanca, ma spero si sia capito il messaggio che volevo far passare.
Buona domenica amici, ci sentiamo alla prossima direttamente dal teatro.
 
Adelio.

Newsletter del 09/05

Compleanni e traumi

Compleanni e traumi

Compleanni e traumi

Ci sono settimane che sono proprio stancanti.
Settimane in cui la domanda peggiore è: “ma che giorno è oggi?” ed è inutile chiederlo perché non lo sai, potrebbe essere tranquillamente un venerdì e a te sembrerebbe lunedì.
Quelle settimane in cui arriva la domenica sera e ti chiedi come hai fatto ad arrivare fin qui, così cioè tutti interi e sani.
Assurdo.
 
Questa più o meno è stata la mia settimana.
Piena zeppa di parole, troppe parole, caffè, troppi caffè, talmente tanti caffè che ci sono stati anche tanti, troppi gaviscon.
Una settimana in cui sono arrivata ad ora, domenica sera, e mi chiedo come ho fatto.
Quando l’ho vissuto il martedì se nemmeno me lo ricordo, sembra esserci stato un unico giorno interminabile, infinito, che è durato sette giorni.
 
Sicuramente è stata una settimana piena di cartoni.
Un po’ perché una sera, dopo ben sei martini ed un amaro, ho scoperto che su rai yoyo dopo l’una di notte danno tutti i cartoni che guardavo io da bambina.
Quindi la scena era praticamente io in pigiama, piena di crema per il viso addosso, che guardavo Winnie Pooh con un tot di alcol nello stomaco.
Molto poetica.
 
Ed è stata una settimana piena di cartoni, di altre persone ma anche miei.
Come probabilmente avete letto su instagram, sta per uscire un mio nuovo cartone.
Era una cosa che ho iniziato a fare durante il primo lockdown: scrivevo piccoli monloghi, li disegnavo, li montavo, li doppiavo e poi li pubblicavo.
Insomma me la canto e me la suono.
Ed era un bel po’ che non li facevo, pricipalmente per mancanza di tempo, ma anche per mancanza di idee vere.
Poi, durante le vacanze di Pasqua, mi hanno ricordato che al mio compleanno dell’anno scorso ne avevo fatto uscire uno a tema.
Io che festeggiavo da sola con una torta molto ma molto finta, e ho pensato che sarebbe stato carino fare la stessa cosa a distanza di un anno.
Poi io di astrologia non ne so molto, ma si dia il caso che molte delle mie persone preferite sui social siano delle toro, come me, e a quanto ho capito è propria del toro questa profonda sensazione di egocentrismo che aumenta in modo esponenziale quando ci si avvicina al proprio compleanno.
E quindi eccomi a farmi un bel regalo da sola: quest’anno mi sono regalata un bel cartone animato di quattro minuti e mezzo che il 21 Aprile sarà pubblico su instagram alle 21:00.
 
E quindi oggi vi volevo parlare di due grandi argomenti: la paura di esporsi e quanto io odi profondamente i compleanni.
 
Iniziamo dal primo, un po’ perché nella newsletter della scorsa settimana abbiamo parlato un po’ anche di questo, in qualche modo.
Abbiamo parlato di quando non ci sentiamo abbastanza, di quando non ci sentiamo all’altezza, e la paura di esporsi spesso ha le proprie radici in questi tipi di pranoia.
 
Partiamo da un presupposto, ora voi guardate me, o comunque guardate quello che faccio, i lavori che pubblico su instagram, le varie foto, qualche video su tiktok o comunque leggete la mia newsletter, no?
E magari qualcuno di voi penserà che fare tutto ciò sia facile, che magari io o persone come me hanno questo istinto innato verso la condivisione.
Sbagliatissimo.
Vi racconto questa storia: nel 2017, per placare i miei forti attacchi di panico, iniziai a disegnare su un ipad mini con il tappo morbido di una di quelle penne che da un lato scrivono e dall’altro hanno il tappino per i telefoni o gli ipad.
E nel 2017 decisi di volerli pubblicare, perché non erano tremendi.
 
Pur di non far capire che quei disegni erano roba mia, creai un secondo profilo instagram con un nome strano che non faceva assolutamente riferimento al mio vero nome.
Così nessuno mi avrebbe riconosciuta.
Ora mi fa molto ridere perché il nome adeliocompresso nasce proprio dal principio per cui Adelio richiami un po’ Adele, e confonde un po’ sul genere.
(non so perché, ma per me Adelio è sia femminile che maschile, e questa cosa mi fomentava un botto quando mia sorella decise questo nome per me).
 
Comunque, questo era per dire che io non ho nessuno spirito innato verso la condivisione.
Il mio stomaco fa ancora le capriole quando pubblico una mia foto sui social, oppure quando pubblico qualche video su tiktok dove mi si vede particolarmente, o dove mi si vede, parlo, e magari faccio anche qualche espressione strana.
 
Ora voi provate solo a pensare alla mia ansia e la mia angoscia nel pubblicare questo cartone, mercoledì.
 
Ogni tanto, quando non riesco a dormire, penso: “boh magari non lo pubblico, lo tengo per me”.
E poi subito dopo penso a tutte le ore di lavoro che ci sono state dietro, e allora ecco il chiaro messaggio che vorrei passarvi.
L’idea che avete di voi non può bloccarvi se avete qualcosa da dire.
Ecco, l’ho detto.
Ci sono un botto di personaggi pubblici che non hanno davvero niente ma proprio niente da dire, eppure ci sono, si espongono.
E chi invece qualcosa da dire ce l’ha? Che deve fare?
 
Ora vi svelo i miei segretissimi segreti che mi aiutano ogni giorno a superare questo ostacolo, che si tratti di paura nel pubblicare un’illustrazione particolarmente intima, una mia foto, un video o appunto un cartone.
 
Il primo è quello di non guardarlo troppo.
Dopo aver sistemato i tecnicismi della foto, le luci, i colori, oppure la voce o la velocità di un video, non li riguardo mai.
Quando sono sicura che non ci siano errori nei concetti che voglio esprimere, allora non li rileggo più.
Così non ci ripenso, non mi do l’occasione di ripensarci.
Io vado.
Pubblico, e basta.
E poi il secondo segreto: conto fino a cinque.
E lo so, questo era proprio inaspettabile eh, proprio un vero trucchetto segreto da maestri.
Però è vero: quando è tutto lì, pronto per andare, io conto.
Magari anche in apnea, trattenendo il respiro, e pubblico.
E qui un piccolo ringraziamento a tutti voi: perché vi fate sentire, mi dite spesso cosa ne pensate, mi rispondete spesso anche se non mi conoscete, mi date conferma che quello che faccio non è del tutto inutile, che i miei disegni o le mie parole arrivano davvero da qualche parte, e davvero vi ringrazio dal profondo del mio cuore.
 
Quindi, insomma….questo era per dire che sì, mercoledì esce questo mio bel cartone intitolato “22” e se il titolo lo leggete in inglese vi fate anche un piccolo spoiler (io l’ho detto, eh).
E non vedo davvero l’ora di sapere cosa ne pensiate.
 
Ed ora, invece, arriviamo al vero tema: io odio i compleanni.
 
E questa mia sicurezza, questo mio pensiero, deriva direttamente da ormai quasi 22 anni di terrificanti esperienze, mie ma anche altrui.
 
Partiamo proprio dagli albori.
Sì, proprio le feste dell’asilo.
Vorrei avere qui con me le foto del mio quarto compleanno: io vestita tutta completamente di rosa, col mio imbarazzante caschetto, con mia madre che non sapeva più come tenermi, con una mano infilata nella torta, chiaramente in lacrime.
In un pianto disperatissimo per l’imbarazzo del momento in cui spegni le candeline.
Terrificante già da allora.
 
Poi le elementari, non dico che siano il periodo peggiore perché quel ruolo è riservato ai compleanni delle medie, però le elementari ti preparano alla crudeltà che dovrai affrontare dopo.
Ricordo che le persone più fige festeggiavano sempre nelle sale giochi, dove distrubuivano questi gettoni gratis, e a pensarci ora i compleanni festeggiati nelle sale giochi erano una grandissima paraculata per i genitori.
Trenta ragazzini scalmanati completamente imbambolati davanti a degli schermi.
Quando io festeggiai in una sala giochi (sì, è successo, una sola volta) ricordo che sentii per la prima volta una parolaccia pronunciata da un mio coetaneo.
Rimasi scandalizzata.
E comunque alle elementari, l’ultimo anno, io festeggiai a casa, con una torta fatta in casa dalla mia amorevole mamma, che sopra aveva messo la cialda delle winx.
Tra l’altro era una mia richiesta,povera bimba inguenua che non sapeva che quella scelta sarebbe stata la stroncatura della sua vita sociale.
Mi chiusi nel bagno di casa mia alla mia festa, perché due ragazze continuavano a prendermi in giro per la mia torta delle winx.
Altro trauma.
 
Le medie sono state tre anni di compleanni organizzati in cui non si presentava mai nessuno, anzi, vi dirò di più.
In seconda media io organizzai una festa, ed una mia compagna ne organizzò un’altra, anche se non c’era niente da festeggiare, così sarebbero andati tutti alla sua e nessuno alla mia.
Insomma, non credo di dover commentare ulteriormente.
 
Il liceo, invece, secondo me è diviso nel periodo in cui non vuoi festeggiare perché ti senti grande, il periodo in cui vuoi festeggiare solo con tantissime bottiglie di vodka alla menta seduti su un muretto in piazza, il periodo in cui aspetti solo le sorprese degli amici più stretti, insomma un tot di fasi e periodi fin quando non arrivano i temuti 18 anni.
I miei furono preparati e studiati nel centimetro.
La sala, una stanza prenotata nell’hotel in cui festeggiavo per potermi cambiare, la palette della serata, la torta in palette, gli inviti in palette, i segna tavoli ed i nomi dei tavoli, perché il nome del tavolo indicava anche l’indice della tua figaggine.
Se eri tra quelli che dava nomi di fiori o film appartenevi agli scontati, una mia amica chiamò i tavoli con i nomi degli scienziati, una secchiona.
Io li chiamai con i nomi di alcuni scrittori che amavo: tremendamente indie, ma in realtà solo molto fissata con la letteratura.
Non parliamo nemmeno del vestito: il mio primo vestito di marca, un lungo abito di guess, tutto rosa, nemmeno a farlo apposta a voler richiamare i compleanni dell’asio.
Fu terrificante.
Rovinato da quello che era il mio ex fidanzatino, appena arrivò la mezzanotte io ubriaca smattai con tutti, gridando che la festa era finita perché io me ne volevo tornare a casa, chiaramente anche qui in lacrime.
Benissimo.
 
Quindi, dopo il 18 anni, sono arrivata a questa conclusione.
Io, come tutte le vere egocentriche del toro, credo di essere convinta che il compleanno sia un giorno estremamente speciale.
un giorno in cui davvero tutti dovrebbero fare un’eccezione per te, in cui tutto deve girare intorno a te.
Ricordo che quand’ero piccola pregavo le mie sorelle di non farmi arrabbiare al mio compleanno, di non farmi i dispetti, e bastava la minima cosa, la minima risposta brutta, anche un minimo ‘no’ ad una qualsiasi mia richiesta che io me la prendevo a male.
“Mamma ti va di lasciare l’impegno iper mega importante che stai portando a termine per appoggiare uno qualsiasi dei miei capricci?”, e se la risposta era no era la fine.
Il compleanno era rovinato.
Che catastrofista.
 
E quindi, insomma, io odio i compleanni.
Dopo i 18 li ho passati quasi tutti in lockdown ormai, tranne i 19.
Dove mamma mi ha portata a Roma: giornata di shopping, carbonara, spritz e fontana di trevi.
Ecco, non ho altri bei ricordi dei miei compleanni.
 
E questo ve lo volevo raccontare un po’ per giustificare perché mi sono regalata un cartone, ecco magari raccontandovi proprio la storia dei miei compleanni potrete capire meglio.
E un po’ perché in realtà mi fa molto ridere, mi fanno ridere questi compleanni un po’ catastrofici, da degno toro egocentrica ma molto Bridget Jones.
 
E quindi eccomi, ultima newsletter da 21enne, mi sento vecchia.
Immaginatemi però il 21 aprile, mentre ballo nelle mie mutandone da signora, non depilata chiaramente, si spera con una pizza in mano e Brdiget in tv.
 
Ecco, vi voglio salutare con questa immagine.
Spero di avervi tenuto un po’ di compagnia e di avervi fatto sorridere.
A prestissimo e buona settimana amici,
Adelio.

Newsletter del 18/04/2021

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