Settembre, libri e focus

Settembre, libri e focus

Settembre, libri e focus

Settembre è come il capodanno, ormai è appurato. È quella legge non scritta, è quel tacito accordo tra le palestre, i nutrizionisti e i rivenditori di agende.

A me questo Settembre è partito con esami (‘cci loro), traslochi (si, ’n altro) e Pinterest.Mi sto drogando di Pinterest, di foto e immagini aesthetic, di quei video su tiktok dove ti fanno vedere i vlog delle ragazze che si allenano, cucinano, mangiano il porridge e si vestono solo in palette.

Ecco, se in 23 anni di vita la parola di Settembre è sempre stata ricominciare, a ‘sto giro la parola è stata: focus.

Trovare il focus del periodo, non dico dell’anno perché sarebbe esagerato, però almeno del periodo.

Capire non chi voglio essere perché insomma, parliamoci chiaro, chi mai potrebbe permettersi una tale presunzione?Ma capire e mettere a fuoco come vorrei che gli altri mi vedessero.Come voglio essere percepita.

Ora, io non so se è una necessità da donna quasi vicina ai 25 anni, non so se è la necessità di ragazza che si è vissuta anni di pandemia, guerre, cambi di governo e ora non sa come guardare al proprio futuro, però è nata questa necessità.

Quest’estate mi sono data un obiettivo, uno bello grande: ricominciare a leggere.E tu dirai (forse): “oh, grande, come si fa? Come si riprende?”Non ho formule magiche eh, quella cosa di imporsi tot pagine al giorno non funziona, io ho passato tre giorni sulla stessa riga e poi in un’ora ho chiuso due libri.Però tutto questo era per dire che sto leggendo “l’amica geniale”, non ne ho parlato sui social perché vorrei finire tutti e quattro i libri e ancora sono al terzo, però vorrei parlarvi di un atteggiamento del personaggio di Elena.La storia è narrata dal suo punto di vista, la si sente crescere, vive e racconta dall’adolescenza ai vent’anni inoltrati, e ciò che più ho ritenuto interessante è la percezione che lei ha di se stessa ma -soprattutto- l’attenzione che pone a come gli altri la percepiscono.

Si sente inadeguata, sente che gli altri abbiano sempre qualcosa di più intelligente da dire, che gli altri si esprimano sempre meglio di lei, che lei abbia sempre qualcosa da recuperare, da studiare prima di poter aprire bocca.E anche quando viene lodata per la sua intelligenza, per il suo modo di esporsi, comunque ciò che non l’abbandona mai è l’idea di come gli altri la vedano.

 P.s. i libri della Ferrante sono meravigliosi, ti affezioni a tutti i personaggi e vivi nel rione insieme a loro, questo’estate mentre leggevo spesso dimenticavo di non essere tra le fresche frasche della Calabria, mi sentivo a Napoli, poi a Firenze, mi sentivo all’interno della macelleria Solara o parte integrante delle manifestazioni.

 Comunque, da quando ho notato questo atteggiamento, questo pensiero fisso di Lenù, ho iniziato a badare a quante volte lo penso io di me. Non perché volessi concentrarmi sul senso di inadeguatezza, non potrei mai mettermi qui a scrivervi: “ci sentiamo tutti inadeguati, sempre sbagliati, nelle cose buttiamoci e basta” che proprio oh, ma da dove ti vuoi buttare te? Che prima di iniziare a parlare io e le mie mille personalità ci si organizza, si preparano i summit, e poi forse se si arriva ad una soluzione e l’argomento non è già cambiato ci si esprime. Quindi, tutto ciò per dire che non è tanto sul senso di inadeguatezza che volevo soffermarmi, tanto quanto sulla soluzione nei confronti di quel pensiero.

Mi spiego meglio: l’altra sera sono uscita.Io, di giovedì sera alle undici, ho messo un magliettone e sono uscita nella piazza del mio quartiere.E avevo addosso uno stile che usavo molto al liceo: maglia enorme dei nirvana, pantaloncini, vans, trecce, cappello messo al contrario, borsa di tela, struccata, insomma mi è veramente sembrato di tornare indietro.E mentre gli altri parlavano, scherzavano, io pensavo: che idea sto dando di me?Non tanto cosa percepivano gli altri, quanto quello che emanavo io.

E non sapevo se in quel momento, vestita in quel modo, con quell’atteggiamento un po’ schivo e un po’ stanco, io fossi a mio agio oppure no. Perché, alla fine, non possiamo nemmeno giudicare i nostri atteggiamenti, la nostra attitude, come una cosa ‘positiva’ o ‘negativa’. Perché è la nostra, dovremmo solo capire se ci sentiamo a nostro agio con quello che riflettiamo oppure no.

Lenù ad esempio no, sente spesso il bisogno di rimanere in silenzio perchè non ha nulla di interessante o di abbastanza colto da dire, e non è ne giusto e ne sbagliato, ma riflette ciò che vuole lei? Quanto ha messo a fuoco quello che vuole apparire per gli altri?

Ecco, questo sicuramente mi ha dato da pensare per questo nostro capodanno autunnale. Per cui, se dovessi consigliarvi dei libri, vi consiglierei la saga dell’amica geniale, ma anche “tutto quello che so sull’amore” che è il libro perfetto da leggere tra i venti e i Trent’anni.

Non voglio fare un catalogo immenso di libri, ne tanto meno fare recensioni inutili (anche perché trovate già qualcosina sui miei social) questo secondo libro però ad un certo punto affronta come tema la voglia che ci assale tra i 18 e i 21 anni di crescere, di voler diventare grande, e poi dai 23 anni in poi la voglia di non farlo più, e la paura di non essere in grado di fermare un processo del genere.

Ecco, ad un certo punto la protagonista ha la paura di ritrovarsi ancora dopo diversi anni ad abitare nella stessa via dello stesso quartiere continuando a fare degli stupidi ordini di cose inutili su Amazon.

Parliamone.

Io a 18anni avevo il terrore (giuro, il terrore) di ritrovarmi a 25 anni ancora nella stanzetta in cui sono cresciuta, a leggere gli stessi libri e ascoltare lo stesso vinile di Motta che ho ancora e che ho letteralmente consumato. Mi sono trasferita, quindi paura scampata. Ma avevo anche paura di arrivare ai 25 anni senza una laurea magistrale o senza un lavoro. Ora di anni ne ho 23, e ho finito il primo anno della triennale, quindi decisamente non mi ritroverò a 25 anni con una magistrale portata a termine, anzi, potenzialmente neanche con una triennale.

E tutto ciò l’ho consapevolizzato questo weekend, che è venuta a trovarmi mia madre. Dovete sapere che non sono solita alle visite dei familiari: Cosenza-Roma costa troppo e ci metti una vita, che tu prenda treno, autobus o macchina, in più per tre anni ho frequentato un’accademia che non consentiva assenze, per cui non solo nessuno veniva a trovarmi ma ne tanto meno io potevo tornare giù se non per brevi periodi festivi.

Per una serie di coincidenze, questo weekend mia madre (che è la mia Lorelai Gilmore) è venuta a trovarmi. E io dovevo fare l’adulta, dovevo essere vista come adulta.

Ho pulito e fatto brillare tutta casa, messo in ordine, e quando è arrivata alla stazione ho acceso in casa candele e profumatori d’ambiente. Ho fatto la spesa, perché dovevo cucinare per lei e poi lavare tutti i piatti, pulendo fornelli e cucina una volta finito. Dovevo mostrarle che so gestire le cose: che ho trovato un lavoro, che sono venti giorni che combatto per avere il wifi e che anche se di cavi, fibra e modem non ci capisco niente comunque lo sto facendo da sola, dovevo dimostrarle che quando cucino non dimentico più di mettere il sale nella pasta, e che avevo organizzato un weekend perfetto, con tanto di ristorante prenotato di sabato sera sotto San Pietro, a nome mio.

Alla fine non ho messo il sale nel riso e lei ha ordinato una pizza, ho pianto davanti toy-story mentre lei mi dormiva di fianco, e la cena prenotata a ristorante si è trasformata in una storia comica da raccontare.

Ci siamo avviate in questo super ristorante, molto tipico, molto distante da dove abito io. Dopo averle fatto prendere metro e autobus, cosa a cui non è abituata assolutamente, dopo averla portata sotto la cupola di San Pietro di notte, e averla fatta passeggiare tra gli immensi colonnati che un po’ ti fanno sentire estremamente piccola e un po’ ti fanno sentire uscita da Hercules, finalmente siamo arrivate a ristorante. Vino, tagliere di formaggi, due piatti elaborati in arrivo che non comprendessero pizza o patatine fritte, pane caldo servito con un piattino con dentro un po’ d’olio in cui inzupparlo, e un bell’attacco d’ansia arrivato così, senza preavviso.

Mentre sorseggiavo il mio calice di rosso mi si è piantato un peso sul petto, e stare seduta era limitante, respirare l’aria che respiravano tutte le persone attorno a me non bastava più, e soprattutto fingere di stare bene per farle vedere quanto fossi diventata adulta mi faceva stare peggio.

Ci siamo alzate, siamo andate via con la scusa di aver ricevuto una chiamata urgente, anche perché non tutti sono pronti a sentire: “andiamo via perché mia figlia sta avendo un attacco d’ansia e non riesce a rimanere seduta”.

Comunque, eravamo sotto San Pietro, di sabato, alle 21:30. Cosa vuol dire? Vuol dire niente taxi, neanche uno. Metro chiuse, e pullman che se la prendevano con molta calma.

Mia madre mi ha tenuto la mano, mi ha riscaldato perché in 40 minuti è arrivato l’autunno senza alcun preavviso, mentre io indossavo una camicetta e le scarpe aperte. Mi ha comprato una sciarpa e quando ha visto che mi sentivo un po’ meglio, nell’attesa di un taxi o un pullman, mi ha fatto notare che vicino a noi c’era un McDonald aperto.

Insomma, siamo finite così: io e mia madre nella nostra unica sera romana, con trenta minuti di viaggio davanti, a mangiare patatine fritte in un pullman semivuoto coperte con una sciarpa appena comprata.

Poi in realtà abbiamo anche comprato dei mega cornetti al cioccolato, mangiandoli nel letto mentre guardavamo Aldo, Giovanni e Giacomo, ma questa è un’altra storia.

La morale di tutto ciò è che a prescindere diventiamo adulti: anche se ci vengono gli attacchi d’ansia, anche se invece del tagliere di formaggi mangiamo le patatine fritte, anche se non lo dimostriamo per come vorremmo, diventiamo adulti. Anche se continuano a vivere nella stessa via dello stesso quartiere mentre facciamo gli stessi ordini stupidi su Amazon.

E insomma, tutta questa storia ve l’ho raccontata per consigliarvi due libri: “L’amica geniale” perché è una bella storia, ma anche una bella riflessione sul focus di ognuno di noi, e “Tutto quello che so sull’amore” perché è una bella storia, ma anche una bella riflessione sulla crescita personale e su dove vogliamo andare a parare, come ci percepiamo noi, come vogliamo apparire agli occhi degli altri, come ci vedono gli altri e soprattutto quanta importanza dare a questa parvenza.

Ultima parentesi sul diventare adulti: in settimana è uscito un disegnetto, e il succo di questo disegnetto era che ogni tanto è bello scrollarsi di dosso le proprie responsabilità, e che è giusto sentire la mancanza della figura della mamma. A fine disegnetto mi sono chiesta: perché da piccoli smaniavamo così tanto dalla voglia di crescere?

La risposta me la sono data sabato sera.

Ho lavorato per tutto il weekend, per cui sabato sono rientrata a casa alle due di notte a causa del lavoro, sapendo che il giorno dopo mi sarei dovuta preparare ad un’altra serata/nottata lavorativa. E c’è stato un momento preciso in cui ho sentito, ho capito perché volevo crescere.

Sono tornata a casa alle due: mi sono struccata, ho sistemato la camera, mi sono fatta latte e biscotti e sono andata a dormire, nella totale solitudine (coinquiline 1 e 2 non c’erano) La mattina mi sono svegliata, ho sistemato ciò che mi serviva per lavorare la sera, ho preso le chiavi e sono andata a fare colazione al bar, da sola di domenica, per poi passare al forno a comprare il pane per il pranzo, che avrei fatto da sola. Ecco, quando ho afferrato le chiavi per uscire, quando mi sono seduta da sola al bar, e quando ho messo a tostare il pane nel forno ho pensato: ce l’hai fatta.

E non ho fatto niente di che, intendiamoci, però se uno dei miei obiettivi del periodo è trovare un focus, sul futuro e su dove voglio andare, uno dei miei obblighi del periodo sarà constatare dove sono arrivata. Che la ragazzina che consumava il vinile di Motta non c’è più, anche se il vinile è ancora nella libreria e continuo a piangere su toy-story.

Ed ora a noi.

Dopo mesi senza newsletter, senza tempo da dedicare alla scrittura, torniamo con un mega Ottobre. Con un calendario editoriale prestabilito che prevede almeno un articolo al mese, per tornare a farvi compagnia quando proprio non c’avete niente da fare.

Siamo tornati a chiacchierare, un bacio grande

Adelio

Aprile e fiorellini

Aprile e fiorellini

Aprile e fiorellini

*newsletter 1/04/2022

Chiariamoci: io questa email l’ho chiamata così, ma è ‘na sorta di preghiera, di speranza, perché qua se non arriva una bella svolta non so bene come proseguirà il resto dell’anno.

 

Ciao amic*,

bentornat* nell’ iper spazio super confuso di quest’anno, in cui le email arrivano quando arrivano, piene di info, racconti, musica e via così.

Intanto parto dalla domanda iniziale con cui comincio sempre: come state?

(Quando vorrete potrete rispondermi, la mia casella è sempre aperta)

 

Come si sarà capito dall’incipit di questa email, qui da Roma posso dirvi che è stato un periodo completamente senza equilibrio.

Come in quei film di fantascienza, dove chissà per qualche motivo i protagonisti che vanno sullo spazio a ‘na certa si ritrovano a vagare nello spazio, con quelle super tute bianche, e galleggiano senza riuscirsi a muovere.

Ecco: galleggiare senza muoversi, col terrore che l’aria prima o poi finisca.

Questo è stato marzo, anzi, se proprio dobbiamo dirla tutta così si va avanti da un po’.

E ve ne parlo perché secondo me è una condizione generica, non ho sentito una e dico una persona che se la stia cavando bene ma davvero bene in questo periodo.

 

Sarà che marzo ci fa sentire quanto sia vicina la fine di qualcosa: anno scolastico, anno accademico, universitario, quanto siano vicine le vacanze di Pasqua, e allora lì ti chiedi: “le vacanze mi faranno riposare abbastanza per poi ripartire a mille o mi affosseranno ancora di più?”.

Depressi, non avete idea di quante volte abbia sentito pronunciare questa parola.

Che è una parola che io non pronuncio mai, una parola di cui ho una paura immensa, al massimo posso dire “sono mega triste” o “ho una tristezza grossa così addosso”, e non solo ho il terrore di pronunciarla ma anche di sentirla.

Ecco, l’ho sentita da quasi tutte le persone che conosco, quelle più vicine a me.

 

Sarà il periodo? Sarà l’arrivo della primavera? Che prima di caricarci a mille ci scarica del tutto, come si dovrebbe fare con i cellulari? Chissà.

Io e la mia migliore amica stiamo aspettando l’arrivo di Aprile con la stessa intensità con la quale mia madre aspetta una svolta in Beautiful, tipo il ritorno del vecchio Ridge.

 

State anche voi così?

 

Io, dal canto mio, vi racconto che lo scorso weekend sono stata a Milano.

E l’ho vista come una benedizione questa partenza, ma vi spiego meglio, vi racconto dall’inizio.

 

Ho passato un tempo non troppo quantificato stesa sul letto, per giorni e giorni.

Cerco di raccontarvelo con leggerezza, perché è l’unico modo che abbiamo per raccontare le cose pesanti.

Ho passato giornate e giornate buttata tra le lenzuola: guardavo i libri della sessione sulla scrivania senza aprirli, annullavo appuntamenti presi con scuse qualsiasi, non disegnavo con vera voglia, facevo partire film senza guardarli davvero, l’unica cosa che veramente mi faceva alzare era pulire casa, ma solo perché non sopporto la polvere, poi si tornava a letto.

L’unica fonte di gioia che ho trovato per quasi tutto Marzo è stata il cibo: mangiare fette biscottate e marmellata per tutta la settimana per poi farsi pizza e patatine sia sabato che domenica, per poi piangere e stare sveglia per tutta la notte.

Ho dormito veramente poco, mangiato veramente tanto, e pianto per motivi per la quale non avevo trovato il coraggio di piangere in questi ultimi otto mesi.

Ho perduto la bussola: lo sapevo io, lo sapeva mia madre, lo sapeva la mia psicologa.

 

Poi arriva un invito: ti va di venire a Milano per uno shooting di moda?

E con quale cuore dicevo di no? Ad uno shooting? A Milano? Di fronte il bosco verticale?

Ho fatto la valigia due giorni prima della partenza, gli outfit li ho decisi una settimana prima.

E li ho decisi con estremo imbarazzo e senso di colpa: ho ripreso dei vestiti estivi che non mi vedevo addosso da mesi, e vedermeli addosso con una pancia così gonfia, con diversi chili in più, è stato bello strano.

Però comunque li ho messi in valigia, e sono partita.

 

Può Roma diventare soffocante? Può una città così grande e immensa soffocarti? Il venerdì mattina, prima di partire, avrei risposto sì.

Così ho preso il treno e sono arrivata.

Figata.

Sono arrivata, ho chiamato mia madre e le ho gridato al cellulare: “Milano è il futuro”.

 

Ecco, un paio di cose pratiche:

-se siete allergiche/allergici a TUTTO (come me) non potete mangiare da “Flower Burger”

-la gay street via Lecco di Milano (chiamata anche LeccaMilano) è pazzeska

-ai Navigli mangi zucchine piene d’olio e rischi di incontrare Rkomi (sì, è successo)

-e soprattutto se scendi a fermata “duomo” appena esci dalla fermata stai veramente sotto al duomo, che per osservarlo tutto devi praticamente stenderti a terra

 

Comunque, la vera cosa bella di questo viaggio, la cosa che più mi emozionava, era non solo che sarei andata lì per lavoro, per gente che voleva fotografarmi (a me? Ma sicuri? Anche ora che c’ho la panza?) ma soprattutto che era il mio primo viaggio fatto totalmente da sola!

 

Quando ho preso il covid ad Agosto sognavo di fare un viaggio da sola, ma poi tra rottura col mio ex, trasferimento, inizio dell’uni non l’ho più fatto.

Quando però sono arrivata nel mio hotel, e ho aperto il balcone che dava sulla terrazza, e ho sparso la mia roba ovunque, ho pensato: oh cazzo, è successo.

Una stanza straniera tutta per me, una terrazza tutta per me, in una città totalmente sconosciuta che posso girare come mi pare e piace perché non devo dare conto a nessuno.

Insomma, quando sono tornata all’una di notte, dopo una serata a LeccoMilano, dopo due calici di rosso e uno spritz è successo questo:

mi sono struccata, ho fatto la skincare, messo il pigiama, sistemato le cose per il giorno dopo, impostato la sveglia alle sei, fumato una sigaretta su quella splendida terrazza e mi sono proprio detta: io voglio questa vita.

Viaggiare, hotel, tornare tardi e doversi svegliare presto, fare skincare perché il giorno dopo c’è uno shooting, outfit eleganti, città sconosciute e fare tutto ciò perché è parte del mio lavoro, splendido.

 

La verità? Dopo lo shooting il mio unico desiderio era tornare a Roma, a casa mia.

Milano è stata splendida con me, la mia amica Viola è stata magica, ma dovevo tornare a casa mia.

Sono partita con la speranza che Milano mi facesse tornare a respirare, che mi desse un po’ di spazio rispetto alla soffocante Roma, non è stato così.

 

Speravo che Milano mi guarisse: 

ho passato altri tre giorni stesa sul letto.

Mi sono detta che non sarei uscita per sicurezza, perché ho visto veramente tanta gente e non volevo mettere a rischio nessuno, la verità è che non volevo uscire.

 

In più è successo che è da quando sono tornata che non dormo: mi addormento alle dieci, poi mi sveglio alle tre del mattino e il sonno non lo riprendo più.

 

Così, alla terza notte passata così, con una lucetta accesa, dei cartoni messi come sottofondo, con quei libri sulla scrivania che continuavano a gettarmi addosso il senso di colpa, ho deciso di alzarmi.

Anche se era notte.

Mi sono messa a guardare dalla finestra della cucina, per cambiare aria, io in compagnia di quella povera piantina vicino al lavello che continua ostinatamente a vivere, non capisco come ancora dopo tutto questo tempo senza acqua ancora non sia morta, e insomma mi sono seduta lì, al freddo, e ho fatto una lista.

 

Una lista di tutte le cose positive che non riesco a vedere, ma che ci sono.

Ad esempio sono stata in una città sconosciuta, dove non conoscevo nessuno, da sola, ho preso centinaia di metro in tre giorni senza avere nemmeno un attacco di panico.

Oppure ho ricominciato ad allenarmi e non solo, sono andata da un nutrizionista (ok, ok, questo è solo il quarto giorno di dieta ma arrivare ad avere quattro giorni consecutivi dove non salto i pasti per poi sprofondare in pacchi di biscotti e cioccolata è un gran bel risultato).

 

Ok, una lista di soli due punti.

Sono pochi?

Ieri notte mi sono detta sì, sono poche solo due cose positive.

Poi stamattina -sempre con poche ore di sonno- mi sono seduta alla scrivania e sono saltata, come se avessi messo una molla sotto al culo.

 

Ho guardato tutti i libri sulla scrivania, tutti quelli che mi facevano sentire in colpa perché di quattro esami che devo dare ancora non ho iniziato a studiare nemmeno per uno, così li ho levati.

Ho levato tutti i libri dalla scrivania, ne ho lasciato soltanto uno, e mi sono detta: ok, dove arrivi arrivi, magari di esami ne dai uno/due ora e altri due a settembre.

E mi sono sentita meno in colpa.

 

Non so se è stato catartico, non so se veramente ho migliorato la situazione, fatto sta che poi mi sono guardata allo specchio, mi sono guardata la pancia e le ho proprio detto: tanto tu sparisci, magari non in tempo per l’estate ma io non devo dare conto a nessuno, ce la faccio a rimettermi in forma.

 

E poi ho aperto il computer, e ho ricominciato a scrivere per voi.

Ho ricominciato a scrivere i contenuti per i social, le nuove idee, tutto quello che vorrei fare, ho ricominciato a fare programmi.

 

Ed ora, dopo giorni di diluvio universale su Roma, dalla finestra sta entrando il sole (che immagine poetica e cinematografica eh).

 

Comunque, tutto questo racconto era per dirvi che alla fine i punti positivi della lista sono aumentati.

E non perché sono successe cose esterne, non perché azioni o eventi mi abbiano fatto aggiungere nuovi punti, ma perché una qualche molla mi ha fatto scattare stamattina, e allora i punti positivi me li sono creata da sola.

Magari domani li smonto, domani magari non ci credo più, magari passerò la nottata a piangere su quanto io sia poco produttiva, sul fatto che ho studiato per fare l’attrice e non riesco a lavorare, ma per la giornata di oggi mi godo questi punti positivi.

Il sole.

E magari ora esco e mi vado a comprare un super pacco di carote e una nuova crema per la pelle, perché la voglia di vivere la puoi abbandonare ma la skincare non si molla mai.

 

Spero di non avervi annoiat* amic*, di avervi tenuto compagnia, e la mia casella email è sempre aperta e pronta per le vostre risposte.

 

Alla prossima email,

Adelio

Fatti per 24 e 25

Fatti per 24 e 25

Fatti per 24 e 25

*newsletter 24/12/2021

Senza tempo

Senza tempo

 

‘Persone normali’ della nostra amica Sally

‘Persone normali’ della nostra amica Sally

Persone normali

“Persone normali”. Ok, parliamone.                

Non so che tipo di lettori voi siate, io ho avuto un’evoluzione ed una crescita direi abbastanza varia: c’è stato il mio periodo geronimo stilton, poi commediole, poi fantasy, poi commedie, narrativa, drammi, horror, i classici, i classici in lingua nel mio periodo più hipster, ma sono arrivata alla conclusione che a me piacciono le storie.

Le belle storie, quelle scritte bene e con delicatezza, che un messaggio ce l’hanno per davvero. Amo le storie contemporanee (che insieme ai testi teatrali e ai grandi classici rientrano nei miei generi preferiti) ed era un bel po’ di tempo che non ne trovavo una adatta. Direi quasi da tre anni, da quando appena trasferita a Roma non acquistai quel mattone che è “una vita come tante”.

Il bello dei social, e soprattutto di tiktok, è che alla fine ci ritrovi di tutto. Ed io, totalmente a caso, mi sono ritrovata nel booktok, dove gente sconosciuta consigliava letture interessanti. Ed io ho acquistato proprio i due classiconi pubblicizzati da mezzo tiktok: “La canzone di Achille” (che tra l’altro ancora evo finire di leggere) e “Persone normali”.

“Persone normali”, titolo originale ‘normal people’, è stato scritto da Sally Rooney e il mio primo commento appena ho finito di leggerlo,proprio a caldo, è stato e cito testualmente: “wow”.

Tempo fa, un bel po’ di tempo fa, un attore che stimo molto aveva pubblicato un frame della serie tv ‘normal people’ (presa proprio dal romanzo), elogiandola per trama, scrittura e recitazione.

Ed io rimasi super incuriosita e catturata da quel frame, ma fra i tanti impegni che c’erano non mi misi a cercare la serie, figuriamoci il libro.

Forse c’è un momento preciso, un istante ben delineato in cui le cose devono arrivare, e questo è stato il mio.

Una mattina mi sono svegliata convinta che la mia vita avesse bisogno di un glow up, ma di uno concreto, qualcosa che facesse proprio bene a me. Non tipo bere tanta acqua perché così ti idrati e dimagrisci, non tipo fare esercizio così distendi la mente ed i muscoli anche se poi in realtà io mi ritrovo sempre accartocciata, non disegnare perché ormai è diventato il mio lavoro.

Avevo bisogno di tornare a leggere, e Sally Rooney è stata una perfetta ripartenza.

La storia è molto semplice: Connell e Marianne vanno a scuola insieme, lei è una borghesuccia un po’ sfigata ma pungente, lui bello, figo, popolare, un po’ povero ma fondamentalmente buono e sincero (la mia ex prof d’italiano mi perdonerà per questa descrizione terribilmente snob). C’è un forte sentimento che li lega, con un unico problema: quando sono lontani hanno bisogno l’uno dell’altro, quando riescono a stare insieme stanno male o si feriscono a vicenda, spesso senza capire come.

A tratti mi ha ricordato – a livello proprio di trama- il romanzo ed il film “One day”: due protagonisti, molto amici, che si cercano e si allontanano in continuazione, e quando finalmente si avvicinano come coppia non vi dico quello che succede perché sarebbe un mega spoiler troppo pesante, però insomma quando sembrano essere davvero felici qualcosa rompe quest’idillio.

Il rapporto tra Connell e Marianne, la loro storia, un po’ mi ha ricordato il continuo acchiapparello presente in ‘One day’, ed ecco quindi il primo tema da trattare: l’acchiapparello non è un gioco carino nella vita vera.

“Persone normali” è un vero e proprio spaccato di vita quotidiana, per certi versi molto più realistico di “one day”, sembra quasi che la nostra nuova amica Sally abbia preso una lente d’ingrandimento, l’abbia posata sulla vita di una persona normale e l’abbia trascritta e raccontata a parole. Sì, ecco, potrebbe tranquillamente essere la vita di ognuno di noi.

Parla di crescita, università, rapporti pesanti con la famiglia, suicidio, depressione, relazioni tossiche, parla davvero di tanta roba e la cosa migliore è che tu non te ne rendi conto!

Ti ritrovi banalmente a pensare: “sì, è così”, oppure “cavolo questa è la mia vita” e poi ti ritrovi semplicemente ad andare avanti senza rendertene conto, riga dopo riga.

Questa storia è talmente reale e vera che, quando ho riconosciuto e razionalizzato in loro dei comportamenti un po’ tossici, e quando ho riportato la loro storia alla mia vita, ho proprio pensato: “oh, cazzo”.

Perché sì, giocare a questa sorta di acchiapparello nella vita reale con un uomo, una donna, insomma con una qualsiasi persona, può far male. Spesso, leggendo, nei loro litigi mi veniva quasi da rispondere e gridare: “perché discutete? La soluzione è proprio davanti ai vostri occhi!”.

E forse è per questo che è così realistico; perché noi –nella vita vera- spesso la soluzione non la vogliamo vedere, a volte non riusciamo a vederla anche se si trova esattamente sotto ai nostri piedi.

Insomma, la trama per quanto semplice mi ha colpita molto, e colpirà anche voi perché tutti, tutte e tutt* noi abbiamo avuto o abbiamo la persona con cui continuiamo a rincorrerci, spesso facendoci del male.

Ma ora parliamo dello stile.

Tutto il romanzo è scritto con grande delicatezza, estrema delicatezza. Eppure affronta argomenti anche molto pesanti: suicidio, violenza, depressione, e la sensazione che ho avuto io è che la nostra ormai cara amica Sally, mentre leggevo, si sedesse proprio di fronte a me, mi guardasse leggere dicendomi: “ecco, questa è la depressione, ora vuoi un dolcetto? Un cioccolatino? Dello zucchero filato?”.

Ed io volevo solo piangere e disperarmi per quello che vivevano i personaggi, per quello che di mio riconoscevo in loro, eppure sentivo Sally sempre lì pronta con un fazzoletto o un bacino.

Anche se, apriamo anche questa parentesi, tutta questa dolcezza banalmente spariva nei momenti di sesso; cosa che in realtà mi ha sconvolto, almeno le prime volte, perché ti ritrovi in questo mood di confusione, in cui ti senti un po’ in trance, non sai se sta parlando proprio della tua vita o se è solo un libro, non sai dove ti trovi, se sei più Connell o più Marianne, ti senti quasi sulle nuvole in certi momenti e poi sbeem: ti ritrovi la parola “cazzo” piantata così, nel nulla.

E dal che eri immers* in quello splendido mondo di nebbia, trance e cioccolatini, ti figuri proprio davanti agli occhi un enorme membro maschile con tanto di descrizione dell’atto.

Quando la mia testa ha iniziato a metabolizzare, ha iniziato ad abituarsi a questi momenti, ho proprio iniziato a pensare: “grande, sorella, è proprio così la vita. Prima estrema delicatezza, gentilezza, ti ritrovi quasi nell’iperuranio e un secondo dopo ti figuri proprio un bel membro maschile davanti”.

Bene, ora che abbiamo chiuso anche questa parentesi, possiamo parlare del vero tema che mi ha spinto a parlare di questo romanzo nel blog e sui vari social.

Essere persone normali.

Ho capito il senso del titolo, cioè della scelta del titolo, quando i due protagonisti cercano continuamente di diventare ‘persone normali’. Ed hanno i loro standard di normalità, vedono altre persone, e magari vedono in loro delle versioni migliori e quella diventa la normalità, per loro.

Ma non è così, essere persone normali.

Non so se io, personalmente, mi definisca una persona nomale. Non saprei giudicare se Connell e Marianne, nella mia testa, con la mia concezione della realtà, siano due persone normali, e ciò che fa cascare entrambi i personaggi, ciò che spesso li ferma, che li fa cadere in errore, è la paura del giudizio.

Temono di essere giudicati quando stanno insieme, quando non stanno insieme, perché forse ammettendo o provando ad accettare varie sfumature dei loro caratteri non sarebbero più giudicate ‘persone normali’.

Senza capire che, in realtà, nessuno è una persona normale, e quindi lo siamo tutti.

La nostra quotidianità è fatta di azioni ripetitive, banali, normali, o che almeno tutti noi giustifichiamo come tali ma la vera verità è che, alla fine dei giochi, quello che ricordiamo è il momento esatto in cui abbiamo compiuto quell’azione, abbiamo detto quella frase che ha superato la soglia del normale.

Che ci ha fatti andare un pelino sopra, che ci ha distinto dagli altri; eppure, nonostante siamo tutti consapevoli di ciò, continuiamo la nostra matta e disperata, nonché inutile, ricerca della normalità.

Ed alla fine, i due protagonisti si guardano e si confessano che, per quante ne hanno vissute, loro si sono fatti del bene.

Ed ecco quello che, per me, è stato il fulcro principale del romanzo: il fatto che le persone ci facciano bene, una persona può fare del bene ad un’altra, e nemmeno rendersene conto.

C’è una sorta di velo di gratitudine nella conclusione del libro, gratitudine proprio verso coloro che ci circondano, che rende il tutto molto bello.

E poi c’è la serie, che ho voluto obbligatoriamente vedere solo dopo aver letto il libro.

Gli attori sono fenomenali, ma la mia cosa preferita è che è estremamente fedele al libro, se non per piccoli dettagli.

Mi sono emozionata; non solo quando ritrovavo le esatte battute per come le avevo lette e immaginate, ma anche quando riconoscevo momenti e azioni.

Sapevo che dopo un’esatta battuta Connell avrebbe versato la birra rimasta nella sua lattina nel lavello della cucina, e non mi aspettavo di riviverlo nella serie esattamente come nel libro, ma quando è successo mi sono emozionata.

Mi è venuta la pelle d’oca, e ho pensato che non c’è niente da fare: quando una storia è scritta bene è scritta bene, stop. Non ci sono adattamenti che tengano, non potevano far altro che registrare una serie basandosi solo sulle parole della nostra amica Sally.

Quindi, arrivati alla fine di un articolo fatto da più di 1600 parole, non posso che consigliarvelo.

Perché lo divorerete, come me, che mi sono svegliata di domenica alle sette per poterlo finire tutto d’un fiato, per poterlo finire prima di dovermi alzare dal letto.

Alla prossima chiacchierata per il prossimo libro, che arriverà a breve.

E, se invece lo avete già letto o visto, cosa ne pensate? Cosa avete rivisto o sentito?

Aspetto i vostri pareri, a presto

Adelio.

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