La ragazza con la valigia

La ragazza con la valigia

La ragazza con la valigia

Mi piace organizzare le cose, minuto per minuto. Sapere esattamente cosa fare, quando farlo, avere tutto scritto e non perdere tempo. Ora provate a immaginare di viaggiare con me, soprattutto se è un viaggio di lavoro.

Lo scorso weekend sono partita per lavoro, due giorni (più o meno) in Liguria per uno shooting, completamente da sola. Viaggiare da sola -ancora di più quando sei donna ma di questo poi ne parliamo un’altra volta- porta con se un tot di paure, di paranoie, e quindi per evitare di sentirmele sulle spalle tutte queste paure, per evitare di pensare troppo, il viaggio l’ho prenotato all’ultimo. E senza organizzare nulla: treno di andata e ritorno, senza calcolare troppo gli orari e il quantitativo di ore di viaggio, e un Beb che fosse abbastanza vicino al centro, senza controllare gli orari d’apertura o come muovermi all’interno della città. Così, alla cieca.

Partire all’alba è una figata. Perché la metro per arrivare in stazione è vuota, perché ti puoi muovere con la valigia liberamente, perché per prenderti un caffè non devi fare la fila, perché fa freddino e il trench che ti porti dietro puoi indossarlo senza sudare e non tenerlo in mano mentre con l’altra tieni il cellulare e la valigia e un caffè a portar via e le chiavi di casa che ancora non hai messo in borsa e gli occhiali e le cuffie e un cornetto vuoto integrale che al mercato mio padre comprò. Ecco, partire all’alba con solo tre ore di sonno è un po’ meno figo.

Sono arrivata in stazione con mezz’ora d’anticipo, con un cappellino con su scritto “sto nascondendo la faccia prima del primo caffè”. Azzeccato. Ho passato quattro ore di viaggio sparandomi Taylor Swift nelle orecchie, con millemila sveglie impostate perché bello il viaggio improvvisato, ma non scendere alla fermata giusta o non scendere per cambiare treno un po’ meno bello.

Primo grande obiettivo: ho bevuto un caffè senza paranoie. Ed ora mi dirai: se quando bevi il caffè ti vengono le paranoie, ti viene l’ansia, non berlo no? Oppure come mia madre: “perché non lo prendi deca?”. Che assurdità. Comunque, il caffè per un periodo della mia vita è stato annullato dalla mia quotidianità, poi è stato reintrodotto, ma preso solo quando ero sicura al 100% di poter mollare ciò che stavo facendo e tornare a casa, nella mia comfort zone. Perché il caffè può agitarmi, può richiamare i sintomi degli attacchi di panico, ma la psicologa dice che se non affronti ciò che ti fa paura e lo eviti e basta, la paura non passerà mai. E quindi eccomi a La Spezia, tra un cambio di treno e l’altro, con un bel cappuccino in mano. Ho avvertito i sintomi dell’ansia? . Me li son fatti scivolare addosso?.

Ed ora arriviamo alla parte tragicomica. Sarzana sembra uscita da una favola, è un piccolo borgo medievale pieno di colori e con tanto di fortezza. Sembra una Stars Hollow italiana, dove tutti si conoscono e tutti ti salutano, anche se sei “la straniera”. Dove si gira a piedi o in bici, con la macchina se ce l’hai. Nessun pullman, niente metro, e due taxi abbandonati vicino la stazione.

Senza neanche andare verso i taxi, come se non li avessi neanche visti, ho aperto le mappe e ho raggiunto il Beb a piedi: 13 minuti di cammino, perfetto, fattibile.

Un viale pieno di case colorate, come nelle prime scene di “Edward mani di forbice”, foglie cadute ovunque, profumo di pane, un silenzio inaspettato, il sole caldo e una spettacolare quiete. Ho messo su le cuffie e al massimo del volume mi sono sparata la colonna sonora de “Il diavolo veste prada”. Lì, con il mio trolley e il mio caffè a portar via, con i jeans lunghi e il cappellino, mi sono sentita una donna in carriera. Forte, indipendente, da sola in una città che non conoscevo e con questa atmosfera incredibilmente romantica. E mentre camminavo per sbaglio m’è caduta una cuffia, e ho visto che una delle rotelle della valigia era difettosa, che camminando stavo facendo un rumore insopportabile perché la stavo trascinando sui ciottoli della strada, e che la gente si girava per la mia camminata spensierata e il mio sorriso da ebete mentre facevo tutto quel casino. Perfetto.

Ma stavo per arrivare al Beb, avrei mollato quel trolley del peso di un bambino pasciuto di sette anni e sarei andata in giro solo con una borsa, giusto? Sbagliato. Sono arrivata alle dieci del mattino, e il Beb -che poi si è scoperto essere un’affittacamere- apriva alle 16.

Secondo grande obiettivo: non sono crollata mentre crollavano tutti i miei programmi della giornata. Mi sono guardata nel riflesso del portone, ho fatto un enorme sospiro mentre cercavo di non fare il conto delle ore che mi separavano alle 16, e sono tornata indietro. Io, la mia super borsa, e il mio bambino pasciuto di sette anni. Tornare indietro verso la stazione, di nuovo 13 minuti di camminata, più altri 13 per raggiungere il centro. Perfetto, fattibile.

Sarzana è un gioiello. Se si vuole scappare, spegnere il telefono, spegnere il cervello per qualche giorno, questa città è il posto giusto. Sono andata nella pasticceria di un’amica, una persona speciale che mi ha presentato il marito, la ragazza che lavorava al bar, tutte le signore che ci fermavano e ci salutavano, e tutti i signori che passeggiavano con i cani che ci scodinzolavano attorno. Ecco, Sarzana è a metà tra Stars Hollow e Fairy Oak. Il giorno dopo due signore mi hanno fermato per dirmi semplicemente “buongiorno” e “tu sei la ragazza con la valigia”, neanche 24 ore in città ed ero già la ragazza con la valigia (e aggiungerei un bel “eh per forza”, con tutto il casino che ho fatto, prima arrivava il rumore della valigia e poi io)

Comunque, dopo aver passato un’oretta con Valentina, sono rimasta sola. E ho continuato a girare, a perdermi, a mollare il telefono perché tanto non prendeva, a posizionare bene la borsa sul trolley per incastrare il telefono e fare qualche foto. Perché non abbiamo bisogno di nessuno anche per scattare delle foto in lontananza, o per fare qualche video carino.

All’una e mezza mi sono seduta in un locale, da sola. Anzi, accompagnata da un libro della Ferrante, miglior compagnia. Ho mangiato una focaccia assurda, ma soprattutto sono rimasta lì. Non so perché sia così stigmatizzata l’idea di mangiare in solitudine, l’idea di sedersi in un locale senza nessuno. Un tavolo per uno, perfavore. Sì, per una. Ed anche qui, nonostante l’ansia che per quaranta minuti mi si è posata sulla spalla perché alla fine un po’ le mancavo, ho avuto il mio momento da main character da Comedy americana. Da sola, col mio pranzo, il mio libro, con attorno tutta quella gente.

Romantico. Ecco, l’aggettivo perfetto per il weekend a Sarzana è “romantico”.

Ma passiamo al lato comico. Alle tre del pomeriggio ero piena. Avevo bisogno di una doccia, di cambiarmi, di mollare quel bambino di sette anni che mi ha fatto venire i calli alle dita, e soprattutto volevo chiudere gli occhi per più di cinque minuti prima di iniziare lo shooting. Ho chiamato il Beb, che magari qualcuno era arrivato nel frattempo, e quando alla decima chiamata qualcuno ha risposto mi sono sentita un’emerita cretina. La prima domanda che mi hanno fatto è stata: “ma lei non l’ha letta l’email che le abbiamo inviato?”. Effettivamente erano un paio di giorni che mi arrivavano email da Booking, da parte del Beb, chiedendo di finire la registrazione per le ultime info. Ma la mia testa ha proprio detto: “nah, quando sarò lì completerò la registrazione”. Peccato che nel completamento della registrazione, il sito dava il codice per entrare nel palazzo spiegando che le chiavi le avrei trovate all’ingresso. Perfetto.

Dello shooting con Sara, ma soprattutto di Sara, vorrei parlarvene in separata sede. Quando usciranno le prime foto. Ma giusto per capire l’andazzo delle tre ore e mezza di lavoro vi racconto questo: abbiamo scattato al mare, con me e le mie tettine al vento tra i pescatori e i gruppi piemontesi in gita. Abbiamo scattato in acqua, in acqua con una sedia. La prima proposta folle che ho fatto a Sara è stata: “ci scambiamo i vestiti?” Solo perché mi piacevano i suoi pantaloni, e lei non ha battuto ciglio. Ci siamo scambiate i vestiti. La seconda proposta folle è stata: “ma se facessimo anche foto in acqua?”.

Ad Ottobre.

Alle otto di sera.

Senza asciugamani.

Alle otto, con addosso un paio di calze e una giacca nera, ci siamo infilate in acqua. Io nuda, bagnando completamente le mutande, e Sara con tutti gli scarponcini. Insomma, poi questa esperienza ve la racconto meglio.

Ma la parte migliore arriva ora.

Sara mi ha portata a casa sua, per farmi struccare, e poi mi ha riaccompagnata al mio Beb. Ed io con la valigia, senza mutande, con la sabbia nei calzini, ho camminato fino al supermercato per comprare uno shampoo, e poi ho camminato fino al mc per comprare la cena, e con la busta del Mc appoggiata sulla valigia, con la borsa sulla spalla e la sabbia ancora nei calzini, sono andata nella mia camera. Da sola.

E ho sistemato i vestiti dello shooting all’interno della valigia, cercando di levare il più possibile la sabbia, chiudendo i vestiti bagnati in dei sacchetti. E ho cenato guardando Friends, su una scrivania e con le coperte addosso. E ho lavato i capelli alle undici, asciugando 15 metri di capelli con uno di quei asciugacapelli da albergo, impiegandoci quasi un’ora e mezza, e infine ho studiato un po’ prima di crollare per il sonno. E sono crollata, soddisfatta.

Terzo grande obiettivo: sono andata a dormire senza pensare mai, nemmeno una volta, chi sarebbe venuto in viaggio con me se le cose fossero andate diversamente.

Ecco, io gli argomenti “amorosi” cerco di evitarli sempre, parlo di tutto, di tutte le mie paure o le paranoie, ma l’amore implica anche altre persone, quindi ho sempre evitato di trattarlo. Però questa volta è importante. Perché riuscire a viaggiare da sola per me è sempre stato un grande obiettivo, un grande sogno, la voglia di sentirmi indipendente. Ma dei tre viaggetti che ho fatto negli ultimi mesi, delle due volte in cui mi sono ritrovata da sola in un Beb o in una stanza di qualche amica, ho sempre pensato: “chissà come sarebbe andata se”. Chissà in quale stanza avrei dormito se avessi prenotato per due e non per una. Chissà dove avrei mangiato, o cosa avrei fatto, cosa avrei visto, che ricordi avrei se non fossi stata in una. Se per quel tavolo avessi detto: “un tavolo per due, perfavore”.

Ecco, Sarzana è stata e sarà ormai per sempre un nuovo punto di partenza.

Perché mi sono addormentata in quel letto matrimoniale enorme, in quella città sconosciuta, da sola. E l’ho riempito tutto.

Quindi, se anche voi state cercando un punto da cui ripartire, una bella svolta, o un po’ di respiro in mezzo alle vostre giornate, il treno per Sarzana non costa così tanto.

Al prossimo racconto, spero di avervi tenuto compagnia

Adelio

Settembre, libri e focus

Settembre, libri e focus

Settembre, libri e focus

Settembre è come il capodanno, ormai è appurato. È quella legge non scritta, è quel tacito accordo tra le palestre, i nutrizionisti e i rivenditori di agende.

A me questo Settembre è partito con esami (‘cci loro), traslochi (si, ’n altro) e Pinterest.Mi sto drogando di Pinterest, di foto e immagini aesthetic, di quei video su tiktok dove ti fanno vedere i vlog delle ragazze che si allenano, cucinano, mangiano il porridge e si vestono solo in palette.

Ecco, se in 23 anni di vita la parola di Settembre è sempre stata ricominciare, a ‘sto giro la parola è stata: focus.

Trovare il focus del periodo, non dico dell’anno perché sarebbe esagerato, però almeno del periodo.

Capire non chi voglio essere perché insomma, parliamoci chiaro, chi mai potrebbe permettersi una tale presunzione?Ma capire e mettere a fuoco come vorrei che gli altri mi vedessero.Come voglio essere percepita.

Ora, io non so se è una necessità da donna quasi vicina ai 25 anni, non so se è la necessità di ragazza che si è vissuta anni di pandemia, guerre, cambi di governo e ora non sa come guardare al proprio futuro, però è nata questa necessità.

Quest’estate mi sono data un obiettivo, uno bello grande: ricominciare a leggere.E tu dirai (forse): “oh, grande, come si fa? Come si riprende?”Non ho formule magiche eh, quella cosa di imporsi tot pagine al giorno non funziona, io ho passato tre giorni sulla stessa riga e poi in un’ora ho chiuso due libri.Però tutto questo era per dire che sto leggendo “l’amica geniale”, non ne ho parlato sui social perché vorrei finire tutti e quattro i libri e ancora sono al terzo, però vorrei parlarvi di un atteggiamento del personaggio di Elena.La storia è narrata dal suo punto di vista, la si sente crescere, vive e racconta dall’adolescenza ai vent’anni inoltrati, e ciò che più ho ritenuto interessante è la percezione che lei ha di se stessa ma -soprattutto- l’attenzione che pone a come gli altri la percepiscono.

Si sente inadeguata, sente che gli altri abbiano sempre qualcosa di più intelligente da dire, che gli altri si esprimano sempre meglio di lei, che lei abbia sempre qualcosa da recuperare, da studiare prima di poter aprire bocca.E anche quando viene lodata per la sua intelligenza, per il suo modo di esporsi, comunque ciò che non l’abbandona mai è l’idea di come gli altri la vedano.

 P.s. i libri della Ferrante sono meravigliosi, ti affezioni a tutti i personaggi e vivi nel rione insieme a loro, questo’estate mentre leggevo spesso dimenticavo di non essere tra le fresche frasche della Calabria, mi sentivo a Napoli, poi a Firenze, mi sentivo all’interno della macelleria Solara o parte integrante delle manifestazioni.

 Comunque, da quando ho notato questo atteggiamento, questo pensiero fisso di Lenù, ho iniziato a badare a quante volte lo penso io di me. Non perché volessi concentrarmi sul senso di inadeguatezza, non potrei mai mettermi qui a scrivervi: “ci sentiamo tutti inadeguati, sempre sbagliati, nelle cose buttiamoci e basta” che proprio oh, ma da dove ti vuoi buttare te? Che prima di iniziare a parlare io e le mie mille personalità ci si organizza, si preparano i summit, e poi forse se si arriva ad una soluzione e l’argomento non è già cambiato ci si esprime. Quindi, tutto ciò per dire che non è tanto sul senso di inadeguatezza che volevo soffermarmi, tanto quanto sulla soluzione nei confronti di quel pensiero.

Mi spiego meglio: l’altra sera sono uscita.Io, di giovedì sera alle undici, ho messo un magliettone e sono uscita nella piazza del mio quartiere.E avevo addosso uno stile che usavo molto al liceo: maglia enorme dei nirvana, pantaloncini, vans, trecce, cappello messo al contrario, borsa di tela, struccata, insomma mi è veramente sembrato di tornare indietro.E mentre gli altri parlavano, scherzavano, io pensavo: che idea sto dando di me?Non tanto cosa percepivano gli altri, quanto quello che emanavo io.

E non sapevo se in quel momento, vestita in quel modo, con quell’atteggiamento un po’ schivo e un po’ stanco, io fossi a mio agio oppure no. Perché, alla fine, non possiamo nemmeno giudicare i nostri atteggiamenti, la nostra attitude, come una cosa ‘positiva’ o ‘negativa’. Perché è la nostra, dovremmo solo capire se ci sentiamo a nostro agio con quello che riflettiamo oppure no.

Lenù ad esempio no, sente spesso il bisogno di rimanere in silenzio perchè non ha nulla di interessante o di abbastanza colto da dire, e non è ne giusto e ne sbagliato, ma riflette ciò che vuole lei? Quanto ha messo a fuoco quello che vuole apparire per gli altri?

Ecco, questo sicuramente mi ha dato da pensare per questo nostro capodanno autunnale. Per cui, se dovessi consigliarvi dei libri, vi consiglierei la saga dell’amica geniale, ma anche “tutto quello che so sull’amore” che è il libro perfetto da leggere tra i venti e i Trent’anni.

Non voglio fare un catalogo immenso di libri, ne tanto meno fare recensioni inutili (anche perché trovate già qualcosina sui miei social) questo secondo libro però ad un certo punto affronta come tema la voglia che ci assale tra i 18 e i 21 anni di crescere, di voler diventare grande, e poi dai 23 anni in poi la voglia di non farlo più, e la paura di non essere in grado di fermare un processo del genere.

Ecco, ad un certo punto la protagonista ha la paura di ritrovarsi ancora dopo diversi anni ad abitare nella stessa via dello stesso quartiere continuando a fare degli stupidi ordini di cose inutili su Amazon.

Parliamone.

Io a 18anni avevo il terrore (giuro, il terrore) di ritrovarmi a 25 anni ancora nella stanzetta in cui sono cresciuta, a leggere gli stessi libri e ascoltare lo stesso vinile di Motta che ho ancora e che ho letteralmente consumato. Mi sono trasferita, quindi paura scampata. Ma avevo anche paura di arrivare ai 25 anni senza una laurea magistrale o senza un lavoro. Ora di anni ne ho 23, e ho finito il primo anno della triennale, quindi decisamente non mi ritroverò a 25 anni con una magistrale portata a termine, anzi, potenzialmente neanche con una triennale.

E tutto ciò l’ho consapevolizzato questo weekend, che è venuta a trovarmi mia madre. Dovete sapere che non sono solita alle visite dei familiari: Cosenza-Roma costa troppo e ci metti una vita, che tu prenda treno, autobus o macchina, in più per tre anni ho frequentato un’accademia che non consentiva assenze, per cui non solo nessuno veniva a trovarmi ma ne tanto meno io potevo tornare giù se non per brevi periodi festivi.

Per una serie di coincidenze, questo weekend mia madre (che è la mia Lorelai Gilmore) è venuta a trovarmi. E io dovevo fare l’adulta, dovevo essere vista come adulta.

Ho pulito e fatto brillare tutta casa, messo in ordine, e quando è arrivata alla stazione ho acceso in casa candele e profumatori d’ambiente. Ho fatto la spesa, perché dovevo cucinare per lei e poi lavare tutti i piatti, pulendo fornelli e cucina una volta finito. Dovevo mostrarle che so gestire le cose: che ho trovato un lavoro, che sono venti giorni che combatto per avere il wifi e che anche se di cavi, fibra e modem non ci capisco niente comunque lo sto facendo da sola, dovevo dimostrarle che quando cucino non dimentico più di mettere il sale nella pasta, e che avevo organizzato un weekend perfetto, con tanto di ristorante prenotato di sabato sera sotto San Pietro, a nome mio.

Alla fine non ho messo il sale nel riso e lei ha ordinato una pizza, ho pianto davanti toy-story mentre lei mi dormiva di fianco, e la cena prenotata a ristorante si è trasformata in una storia comica da raccontare.

Ci siamo avviate in questo super ristorante, molto tipico, molto distante da dove abito io. Dopo averle fatto prendere metro e autobus, cosa a cui non è abituata assolutamente, dopo averla portata sotto la cupola di San Pietro di notte, e averla fatta passeggiare tra gli immensi colonnati che un po’ ti fanno sentire estremamente piccola e un po’ ti fanno sentire uscita da Hercules, finalmente siamo arrivate a ristorante. Vino, tagliere di formaggi, due piatti elaborati in arrivo che non comprendessero pizza o patatine fritte, pane caldo servito con un piattino con dentro un po’ d’olio in cui inzupparlo, e un bell’attacco d’ansia arrivato così, senza preavviso.

Mentre sorseggiavo il mio calice di rosso mi si è piantato un peso sul petto, e stare seduta era limitante, respirare l’aria che respiravano tutte le persone attorno a me non bastava più, e soprattutto fingere di stare bene per farle vedere quanto fossi diventata adulta mi faceva stare peggio.

Ci siamo alzate, siamo andate via con la scusa di aver ricevuto una chiamata urgente, anche perché non tutti sono pronti a sentire: “andiamo via perché mia figlia sta avendo un attacco d’ansia e non riesce a rimanere seduta”.

Comunque, eravamo sotto San Pietro, di sabato, alle 21:30. Cosa vuol dire? Vuol dire niente taxi, neanche uno. Metro chiuse, e pullman che se la prendevano con molta calma.

Mia madre mi ha tenuto la mano, mi ha riscaldato perché in 40 minuti è arrivato l’autunno senza alcun preavviso, mentre io indossavo una camicetta e le scarpe aperte. Mi ha comprato una sciarpa e quando ha visto che mi sentivo un po’ meglio, nell’attesa di un taxi o un pullman, mi ha fatto notare che vicino a noi c’era un McDonald aperto.

Insomma, siamo finite così: io e mia madre nella nostra unica sera romana, con trenta minuti di viaggio davanti, a mangiare patatine fritte in un pullman semivuoto coperte con una sciarpa appena comprata.

Poi in realtà abbiamo anche comprato dei mega cornetti al cioccolato, mangiandoli nel letto mentre guardavamo Aldo, Giovanni e Giacomo, ma questa è un’altra storia.

La morale di tutto ciò è che a prescindere diventiamo adulti: anche se ci vengono gli attacchi d’ansia, anche se invece del tagliere di formaggi mangiamo le patatine fritte, anche se non lo dimostriamo per come vorremmo, diventiamo adulti. Anche se continuano a vivere nella stessa via dello stesso quartiere mentre facciamo gli stessi ordini stupidi su Amazon.

E insomma, tutta questa storia ve l’ho raccontata per consigliarvi due libri: “L’amica geniale” perché è una bella storia, ma anche una bella riflessione sul focus di ognuno di noi, e “Tutto quello che so sull’amore” perché è una bella storia, ma anche una bella riflessione sulla crescita personale e su dove vogliamo andare a parare, come ci percepiamo noi, come vogliamo apparire agli occhi degli altri, come ci vedono gli altri e soprattutto quanta importanza dare a questa parvenza.

Ultima parentesi sul diventare adulti: in settimana è uscito un disegnetto, e il succo di questo disegnetto era che ogni tanto è bello scrollarsi di dosso le proprie responsabilità, e che è giusto sentire la mancanza della figura della mamma. A fine disegnetto mi sono chiesta: perché da piccoli smaniavamo così tanto dalla voglia di crescere?

La risposta me la sono data sabato sera.

Ho lavorato per tutto il weekend, per cui sabato sono rientrata a casa alle due di notte a causa del lavoro, sapendo che il giorno dopo mi sarei dovuta preparare ad un’altra serata/nottata lavorativa. E c’è stato un momento preciso in cui ho sentito, ho capito perché volevo crescere.

Sono tornata a casa alle due: mi sono struccata, ho sistemato la camera, mi sono fatta latte e biscotti e sono andata a dormire, nella totale solitudine (coinquiline 1 e 2 non c’erano) La mattina mi sono svegliata, ho sistemato ciò che mi serviva per lavorare la sera, ho preso le chiavi e sono andata a fare colazione al bar, da sola di domenica, per poi passare al forno a comprare il pane per il pranzo, che avrei fatto da sola. Ecco, quando ho afferrato le chiavi per uscire, quando mi sono seduta da sola al bar, e quando ho messo a tostare il pane nel forno ho pensato: ce l’hai fatta.

E non ho fatto niente di che, intendiamoci, però se uno dei miei obiettivi del periodo è trovare un focus, sul futuro e su dove voglio andare, uno dei miei obblighi del periodo sarà constatare dove sono arrivata. Che la ragazzina che consumava il vinile di Motta non c’è più, anche se il vinile è ancora nella libreria e continuo a piangere su toy-story.

Ed ora a noi.

Dopo mesi senza newsletter, senza tempo da dedicare alla scrittura, torniamo con un mega Ottobre. Con un calendario editoriale prestabilito che prevede almeno un articolo al mese, per tornare a farvi compagnia quando proprio non c’avete niente da fare.

Siamo tornati a chiacchierare, un bacio grande

Adelio

Aprile e fiorellini

Aprile e fiorellini

Aprile e fiorellini

*newsletter 1/04/2022

Chiariamoci: io questa email l’ho chiamata così, ma è ‘na sorta di preghiera, di speranza, perché qua se non arriva una bella svolta non so bene come proseguirà il resto dell’anno.

 

Ciao amic*,

bentornat* nell’ iper spazio super confuso di quest’anno, in cui le email arrivano quando arrivano, piene di info, racconti, musica e via così.

Intanto parto dalla domanda iniziale con cui comincio sempre: come state?

(Quando vorrete potrete rispondermi, la mia casella è sempre aperta)

 

Come si sarà capito dall’incipit di questa email, qui da Roma posso dirvi che è stato un periodo completamente senza equilibrio.

Come in quei film di fantascienza, dove chissà per qualche motivo i protagonisti che vanno sullo spazio a ‘na certa si ritrovano a vagare nello spazio, con quelle super tute bianche, e galleggiano senza riuscirsi a muovere.

Ecco: galleggiare senza muoversi, col terrore che l’aria prima o poi finisca.

Questo è stato marzo, anzi, se proprio dobbiamo dirla tutta così si va avanti da un po’.

E ve ne parlo perché secondo me è una condizione generica, non ho sentito una e dico una persona che se la stia cavando bene ma davvero bene in questo periodo.

 

Sarà che marzo ci fa sentire quanto sia vicina la fine di qualcosa: anno scolastico, anno accademico, universitario, quanto siano vicine le vacanze di Pasqua, e allora lì ti chiedi: “le vacanze mi faranno riposare abbastanza per poi ripartire a mille o mi affosseranno ancora di più?”.

Depressi, non avete idea di quante volte abbia sentito pronunciare questa parola.

Che è una parola che io non pronuncio mai, una parola di cui ho una paura immensa, al massimo posso dire “sono mega triste” o “ho una tristezza grossa così addosso”, e non solo ho il terrore di pronunciarla ma anche di sentirla.

Ecco, l’ho sentita da quasi tutte le persone che conosco, quelle più vicine a me.

 

Sarà il periodo? Sarà l’arrivo della primavera? Che prima di caricarci a mille ci scarica del tutto, come si dovrebbe fare con i cellulari? Chissà.

Io e la mia migliore amica stiamo aspettando l’arrivo di Aprile con la stessa intensità con la quale mia madre aspetta una svolta in Beautiful, tipo il ritorno del vecchio Ridge.

 

State anche voi così?

 

Io, dal canto mio, vi racconto che lo scorso weekend sono stata a Milano.

E l’ho vista come una benedizione questa partenza, ma vi spiego meglio, vi racconto dall’inizio.

 

Ho passato un tempo non troppo quantificato stesa sul letto, per giorni e giorni.

Cerco di raccontarvelo con leggerezza, perché è l’unico modo che abbiamo per raccontare le cose pesanti.

Ho passato giornate e giornate buttata tra le lenzuola: guardavo i libri della sessione sulla scrivania senza aprirli, annullavo appuntamenti presi con scuse qualsiasi, non disegnavo con vera voglia, facevo partire film senza guardarli davvero, l’unica cosa che veramente mi faceva alzare era pulire casa, ma solo perché non sopporto la polvere, poi si tornava a letto.

L’unica fonte di gioia che ho trovato per quasi tutto Marzo è stata il cibo: mangiare fette biscottate e marmellata per tutta la settimana per poi farsi pizza e patatine sia sabato che domenica, per poi piangere e stare sveglia per tutta la notte.

Ho dormito veramente poco, mangiato veramente tanto, e pianto per motivi per la quale non avevo trovato il coraggio di piangere in questi ultimi otto mesi.

Ho perduto la bussola: lo sapevo io, lo sapeva mia madre, lo sapeva la mia psicologa.

 

Poi arriva un invito: ti va di venire a Milano per uno shooting di moda?

E con quale cuore dicevo di no? Ad uno shooting? A Milano? Di fronte il bosco verticale?

Ho fatto la valigia due giorni prima della partenza, gli outfit li ho decisi una settimana prima.

E li ho decisi con estremo imbarazzo e senso di colpa: ho ripreso dei vestiti estivi che non mi vedevo addosso da mesi, e vedermeli addosso con una pancia così gonfia, con diversi chili in più, è stato bello strano.

Però comunque li ho messi in valigia, e sono partita.

 

Può Roma diventare soffocante? Può una città così grande e immensa soffocarti? Il venerdì mattina, prima di partire, avrei risposto sì.

Così ho preso il treno e sono arrivata.

Figata.

Sono arrivata, ho chiamato mia madre e le ho gridato al cellulare: “Milano è il futuro”.

 

Ecco, un paio di cose pratiche:

-se siete allergiche/allergici a TUTTO (come me) non potete mangiare da “Flower Burger”

-la gay street via Lecco di Milano (chiamata anche LeccaMilano) è pazzeska

-ai Navigli mangi zucchine piene d’olio e rischi di incontrare Rkomi (sì, è successo)

-e soprattutto se scendi a fermata “duomo” appena esci dalla fermata stai veramente sotto al duomo, che per osservarlo tutto devi praticamente stenderti a terra

 

Comunque, la vera cosa bella di questo viaggio, la cosa che più mi emozionava, era non solo che sarei andata lì per lavoro, per gente che voleva fotografarmi (a me? Ma sicuri? Anche ora che c’ho la panza?) ma soprattutto che era il mio primo viaggio fatto totalmente da sola!

 

Quando ho preso il covid ad Agosto sognavo di fare un viaggio da sola, ma poi tra rottura col mio ex, trasferimento, inizio dell’uni non l’ho più fatto.

Quando però sono arrivata nel mio hotel, e ho aperto il balcone che dava sulla terrazza, e ho sparso la mia roba ovunque, ho pensato: oh cazzo, è successo.

Una stanza straniera tutta per me, una terrazza tutta per me, in una città totalmente sconosciuta che posso girare come mi pare e piace perché non devo dare conto a nessuno.

Insomma, quando sono tornata all’una di notte, dopo una serata a LeccoMilano, dopo due calici di rosso e uno spritz è successo questo:

mi sono struccata, ho fatto la skincare, messo il pigiama, sistemato le cose per il giorno dopo, impostato la sveglia alle sei, fumato una sigaretta su quella splendida terrazza e mi sono proprio detta: io voglio questa vita.

Viaggiare, hotel, tornare tardi e doversi svegliare presto, fare skincare perché il giorno dopo c’è uno shooting, outfit eleganti, città sconosciute e fare tutto ciò perché è parte del mio lavoro, splendido.

 

La verità? Dopo lo shooting il mio unico desiderio era tornare a Roma, a casa mia.

Milano è stata splendida con me, la mia amica Viola è stata magica, ma dovevo tornare a casa mia.

Sono partita con la speranza che Milano mi facesse tornare a respirare, che mi desse un po’ di spazio rispetto alla soffocante Roma, non è stato così.

 

Speravo che Milano mi guarisse: 

ho passato altri tre giorni stesa sul letto.

Mi sono detta che non sarei uscita per sicurezza, perché ho visto veramente tanta gente e non volevo mettere a rischio nessuno, la verità è che non volevo uscire.

 

In più è successo che è da quando sono tornata che non dormo: mi addormento alle dieci, poi mi sveglio alle tre del mattino e il sonno non lo riprendo più.

 

Così, alla terza notte passata così, con una lucetta accesa, dei cartoni messi come sottofondo, con quei libri sulla scrivania che continuavano a gettarmi addosso il senso di colpa, ho deciso di alzarmi.

Anche se era notte.

Mi sono messa a guardare dalla finestra della cucina, per cambiare aria, io in compagnia di quella povera piantina vicino al lavello che continua ostinatamente a vivere, non capisco come ancora dopo tutto questo tempo senza acqua ancora non sia morta, e insomma mi sono seduta lì, al freddo, e ho fatto una lista.

 

Una lista di tutte le cose positive che non riesco a vedere, ma che ci sono.

Ad esempio sono stata in una città sconosciuta, dove non conoscevo nessuno, da sola, ho preso centinaia di metro in tre giorni senza avere nemmeno un attacco di panico.

Oppure ho ricominciato ad allenarmi e non solo, sono andata da un nutrizionista (ok, ok, questo è solo il quarto giorno di dieta ma arrivare ad avere quattro giorni consecutivi dove non salto i pasti per poi sprofondare in pacchi di biscotti e cioccolata è un gran bel risultato).

 

Ok, una lista di soli due punti.

Sono pochi?

Ieri notte mi sono detta sì, sono poche solo due cose positive.

Poi stamattina -sempre con poche ore di sonno- mi sono seduta alla scrivania e sono saltata, come se avessi messo una molla sotto al culo.

 

Ho guardato tutti i libri sulla scrivania, tutti quelli che mi facevano sentire in colpa perché di quattro esami che devo dare ancora non ho iniziato a studiare nemmeno per uno, così li ho levati.

Ho levato tutti i libri dalla scrivania, ne ho lasciato soltanto uno, e mi sono detta: ok, dove arrivi arrivi, magari di esami ne dai uno/due ora e altri due a settembre.

E mi sono sentita meno in colpa.

 

Non so se è stato catartico, non so se veramente ho migliorato la situazione, fatto sta che poi mi sono guardata allo specchio, mi sono guardata la pancia e le ho proprio detto: tanto tu sparisci, magari non in tempo per l’estate ma io non devo dare conto a nessuno, ce la faccio a rimettermi in forma.

 

E poi ho aperto il computer, e ho ricominciato a scrivere per voi.

Ho ricominciato a scrivere i contenuti per i social, le nuove idee, tutto quello che vorrei fare, ho ricominciato a fare programmi.

 

Ed ora, dopo giorni di diluvio universale su Roma, dalla finestra sta entrando il sole (che immagine poetica e cinematografica eh).

 

Comunque, tutto questo racconto era per dirvi che alla fine i punti positivi della lista sono aumentati.

E non perché sono successe cose esterne, non perché azioni o eventi mi abbiano fatto aggiungere nuovi punti, ma perché una qualche molla mi ha fatto scattare stamattina, e allora i punti positivi me li sono creata da sola.

Magari domani li smonto, domani magari non ci credo più, magari passerò la nottata a piangere su quanto io sia poco produttiva, sul fatto che ho studiato per fare l’attrice e non riesco a lavorare, ma per la giornata di oggi mi godo questi punti positivi.

Il sole.

E magari ora esco e mi vado a comprare un super pacco di carote e una nuova crema per la pelle, perché la voglia di vivere la puoi abbandonare ma la skincare non si molla mai.

 

Spero di non avervi annoiat* amic*, di avervi tenuto compagnia, e la mia casella email è sempre aperta e pronta per le vostre risposte.

 

Alla prossima email,

Adelio

Fatti per 24 e 25

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