Dire apertamente: “sì, ho l’ansia”

Dire apertamente: “sì, ho l’ansia”

Dire apertamente: “sì, ho l’ansia”

Soffrire di un disturbo d’ansia vuol dire ritrovarsi chiusa nel bagno dei fisioterapista, seduta per terra cercando di riprendere aria. Vuol dire fermarsi quando cammini troppo velocemente per essere sicuri di avere il fiatone e non l’ansia. Vuol dire dormire poco o dormire troppo, vuol dire non capirsi, vuol dire prima avere bisogno di sentire delle persone attorno e subito dopo avere la necessità di rimanere sola, perché gli attacchi di panico è meglio non mostrarli agli altri.

Ciao, io mi chiamo Adele e soffro di disturbi d’ansia.

Desclaimer: tutto ciò che leggerete è solo frutto della mia esperienza personale, una banale testimonianza che parla dopo essersi confrontata con diversi psicologi.

 

Oggi sul mio profilo instagram ho pubblicato questa illustrazione.

Un po’ perché credo sia arrivato il momento giusto per potervene parlare, un po’ perché quando la scorsa settimana ho chiesto quali temi avreste voluto affrontare insieme a me, una persona fra voi mi ha chiesto di parlare dei disturbi d’ansia e della difficoltà e l’imbarazzo che si sente quando si prova a dirlo o a condividerlo.

 

Quindi il tema di oggi sarà, non tanto l’ansia o gli attacchi di panico in se per se, ma la condivisione e l’accettazione.

 

La mia relazione con l’ansia e soprattutto con gli attacchi di panico è iniziata nel 2017, io avevo 16 anni.

E ne voglio parlare perché ricordo che, durante il mio primo infernale anno in questo rapporto assurdo con la mia ansia, tutto ciò che io cercavo erano testimonianze.

Gente che poteva confermarmi che era guarita, che l’ansia passa, che riesci a vivere e andare avanti nonostante tutto.

E purtroppo non ne trovavo, non riuscivo a trovare persone che apertamente e pubblicamente parlassero di questi argomenti, arrivai ad un certo punto a pensare  che magari non ne era sopravvissuto nessuno, e per questo nessuno ne parlava.

Spoiler: non è così.

 

Più in là magari vi parlerò anche di come è iniziata per me, di come ancora ora la affronto, di come ci vivo e convivo, ma oggi parleremo della condivisione. Di questo grande ‘coming out’.

Cosa che per me fu difficilissima da fare.

 

Ammettiamo pure che siamo arrivati a quel punto in cui abbiamo riconosciuto che, tutti i sintomi che sentiamo, tutti i pensieri brutti che arrivano, tutte le volte che ci aumenta il battito cardiaco, che non riusciamo a respirare, che ci sentiamo soffocare o svenire, siamo riusciti a riconoscerli come ansia.

Sì, perché mica è facile riconoscere.

Io vivevo sempre con la costante paranoia di un infarto o una reazione allergica.

E invece ammettiamo pure che siamo nel momento della nostra vita in cui abbiamo riconosciuto di avere dei problemi d’ansia, di soffrire di attacchi di panico.

E, che voi abbiate o no iniziato un vostro percorso con degli specialisti, arriva sempre il momento in cui questa nostra ‘amica’, questa nostra ‘relazione’ deve diventare pubblica.

E sì perché fin ora, se l’attacco di panico arrivava in pubblico, le scuse sono sempre state le stesse: “ torno a casa, non mi sento molto bene”, “non esco stasera, ho tanto da fare”, “vado a prendere un po’ d’aria che mi gira la testa” e perché nessuno ancora dice mai “torno a casa, ho un po’ d’ansia”, oppure “stasera non vengo, mi sta passando un attacco di panico”?

 

Fingere di avere la febbre è più credibile di un attacco di panico?

La febbre ci giustifica a non poter uscire ma un attacco di panico no?

 

Ed ora giustamente vi potrete chiedere: perché questa mia amica, questa mia relazione con l’ansia, deve diventare di dominio pubblico?

La risposta che posso darvi è: perché poi la vita diventerà più semplice, e giuro che io ne sono una testimone.

 

L’anno più brutto della mia vita, dove proprio la mia amica ansia dettava legge, era l’unica indiscussa protagonista, l’unico main character, è stato il mio ultimo anno di liceo.

E di bugie solo Dio e mia madre sanno quante ne ho dette.

Per i miei amici, anche quelli più stretti, o stavo sempre male o non avevo più voglia di uscire con loro ma non avevo il coraggio di dirglielo.

Ho saltato milioni di uscite, milioni di serate, diverse feste, qualche 18esimo, il mio primo appuntamento con un ragazzo, tantissime prove per uno spettacolo, il mio pranzo dei 100 giorni prima della maturità e ho balzato interamente quasi un mese di scuola inventando scuse su scuse.

Prima le febbre, poi la nausea, poi un’infezione, un imprevisto familiare, i miei amici e i miei insegnanti dell’epoca ne hanno sentite di ogni.

Fin quando non ho iniziato a dire: sì, io ho l’ansia.

 

Ricordo che quando iniziai a dirlo, quando iniziai a spiegarlo, quelli che all’epoca erano i miei amici nemmeno ne avevano mai sentito parlare.

Quando lo spiegai al mio ex lui rimase sconvolto, come può una persona sentirsi così, dal nulla? Come puoi essere a corto d’aria, con la tachicardia o con la gola stretta se è davvero tutto dettato dalla tua testa?

 

Ricordo che era una sera di luglio, avevo appena dato la maturità, e dovevo uscire a prendermi una birra. L’ansia chiaramente aveva altri piani: e sbem, un bell’attacco di panico, dopo aver passato le due ore precedenti a vestirmi e truccarmi.

Il mio ex si arrabbiò tantissimo perché stavo per dare buca a tutta la serata, così uscii solo per prenderlo da parte e spiegargli per quale motivo spesso preferivo rimanere a casa, preferivo dare buca a tutto.

Ricordo che gli spiegai tutto seduta per terra su un marciapiede, avevo un vestitino nero, e gli misi la mano alla gola, premendo leggermente con indice e pollice per fargli capire quello che spesso sentivo io.

 

La verità, amici miei che convivono con questi momenti, è che le persone vanno educate.

L’ansia e gli attacchi di panico possono essere invalidanti.

Possono portarti a non voler andare a fare la maturità, a non voler uscire con la persona che più ti interessa al mondo, possono portarti a non uscire per dare quell’esame che stavi preparando da mesi.

E le persone che avete attorno, almeno quelle più strette, vivranno meglio sapendo con quali mostri combattete o convivete.

 

Ora momento verità.

La morale ve la sto facendo io che ancora ad oggi continuo a inventare scuse su scuse pur di non dire la verità, direi quasi che ho affinato la mia tecnica, le mie bugie. Spesso, per i miei insegnanti in accademia, ho avuto la febbre quando in realtà venivo da una notte insonne accompagnata da tachicardia e sudore, oppure dovevo andare via prima per dolori alla schiena o emicrania, quando in realtà non riuscivo più a prendere aria.

 

Ma ho fatto dei passi avanti: i miei amici conoscono la verità, spesso mi imbarazzo e non voglio aprirmi del tutto, ma mi sforzo e –se succede- lo dico. Dico che probabilmente per quella famosa birra delle dieci io non li raggiungerò, perché mi sta passando un attacco di panico.

 Ed ora arriviamo alla fatidica domanda: e se gli altri si allontanano da me?

Sì perché, quando non ammettiamo di stare male, quando abbiamo bisogno di scuse su scuse pur di non dire che è tutta colpa dell’ansia, il vero problema è che ciò che ci spaventa è il giudizio.

Essere giudicati pazzi, matti, essere allontanati perché persone con questi problemi è meglio averle lontane.

 Ed ecco un’altra testimonianza.

Sempre in quel bellissimo utlimo anno di liceo, la prima persona a cui parlai di come stessi per davvero, la prima amica a cui confessai tutto, fu esattamente la persona che iniziò a dire in giro che ero pazza, che non stavo per niente bene mentalmente.

Ed era vero: non stavo mentalmente bene, ma non ero pazza, e lei non aveva nessun diritto di raccontare quello che stavo vivendo agli altri.

Ne dovevo parlare io.

 Sì amici, le persone vanno via, spesso mi sono ritrovata a palrare con gente che aveva paura di queste “cose”, che aveva paura anche solo ad approcciare con persone che vivono questi determinati momenti.

Ma, ripeto, le persone vanno educate.

Dobbiamo spiegare che significa per noi vivere determinate situazioni, e aspettare che l’altro capisca e accetti.

Se non lo fa, banalmente non è una persona intelligente, e chi ce lo fa fare a circondarci di persone così?

 Non è facile, lo so.

Dire apertamente: sì, ho un disturbo d’ansia. Oppure: sì, io vado in terapia.

Perché sembra di essere quelli deboli, quelli che arrivati ad un certo punto non ce la fanno.

Ma non è così.

Il mio consiglio, quindi, è quello di essere sinceri almeno con le persone molto vicine a voi, parlandone avrete fatto del bene anche agli altri, o quantomeno non avrete più lo sbatti di continuare a inventare bugie su bugie su bugie.

 Questo è tutto dalla vostra amabile e prolissa Adelio, spero di avervi fatto compagnia e avervi aiutato, almeno un po’.

A presto,

Adelio.

Trasferirsi o non trasferirsi: cose che avrei voluto sapere prima

Trasferirsi o non trasferirsi: cose che avrei voluto sapere prima

Ed ecco aperta ufficialmente la sezione ‘vita vera’ del blog, dove vi racconterò un po’ di me ed in generale di quello che mi capita.

Come nasce e perché?

Nasce per tenervi compagnia -principalmente- forse anche per farmi conoscere un po’ meglio, ma soprattutto per il successo che ha riscontrato la newsletter; ormai uso la mia newsletter quasi come un diario, sapete molto di me tramite una semplice email domenicale, ma alcuni episodi vorrei che fossero sempre qui, presenti, nel blog. Pronti per essere letti da tutti e non solo dagli iscritti alla newsletter, quindi eccoci qui.

Parliamo della mia esperienza da fuori sede!

Questo è l’argomento del primo articolo della serie “vita vera”: cose che avrei voluto sapere prima di prendere casa.

Qui troverete consigli, raccomandazione e diverse esperienze tragicomiche realmente accadute.

E per chi che -come me- non ha il tempo di leggere articoli lunghi, o si annoia e preferisce ascoltarli, vi lascio qui il link per il mio podcast dove vi leggo l’intero articolo.

https://www.spreaker.com/episode/40636947

Abito a Roma da quasi tre anni, il desiderio comune di un fuori sede è quello di inziare a mettere radici in un altro posto, per cui: fermarsi, ambientarsi, farsi conoscere e a sua volta conoscere, bene. Io darei importanza alla parola ‘fermarsi’, perché è esattamente ciò che io non ho fatto.

In due anni effettivi ho cambiato quattro case e undici coinquilini, bella storia. 

All’effettivo però, se proprio dobbiamo contare anche le stanze o le case in cui mi sono appoggiata in quella settimana in cui sono rimasta davvero senza un letto, ho dormito in nove case diverse. Ma ora vi racconto.

 

Desclaimer: questo articolo sarà composto in parte dalla newsletter del 30/08, in cui vi ho raccontato il mio ultimo trasloco. Se state per cambiare casa e/o incontrare i vostri prossimi coinquilini, non preoccupatevi! Non tutte le esperienze saranno tragicomiche come la mia.

Partiamo dalle basi: come trovare casa?

Se vivi o comunque hai la possibilità di passare del tempo nella città o nel quartiere in cui andrai a stare il gioco diventa semplice, basta rivolgersi ad un’agenzia o osservare gli annunci che attaccano ad OGNI portone, soprattutto da agosto ad ottobre/novembre.

Io già a questo primo punto partivo male: la prima casa l’ho trovata girando su Immobiliare.it seduta sul mio letto a Cosenza, ho chiamato, fissato un appuntamento e firmato il contratto senza nemmeno averla vista, basandomi sulle foto e su un video che una mia amica del tempo -futura coinquilina in quella casa- aveva fatto.

Che genio.

In realtà ho avuto anche fortuna, perché la mia camera era comoda, mobili nuovi, pareti pulite, poi la cucina aveva le croste alle pareti ed i mobili mi arrivavano sotto i fianchi (ed io sono alta un metro e sessanta, solo a Londra ho visto mobili così bassi).

Ma arriviamo al tragicomico, il problema in questa casa?

In realtà è stato un susseguirsi di problemi, soprattutto con la proprietria anche detta Crudelia Demon, ma voglio raccontarvi questa scena che vede come protagonista una delle coinquiline che, per la privacy, chiameremo Maria.

Maria era molto (molto molto) credente, e anche molto (molto molto) praticante, per cui appena ha scoperto che io invece non lo sono per niente, ha iniziato ad eseguire una serie di pratiche e scongiuri contro la porta della mia stanza.

Capitava, quindi, che i rari pomeriggi in cui mi ritrovavo a casa a studiare o le rare serate in cui la suddetta Maria non andava a dormire alle dieci di sera, dalla mia porta arrivavano (oltre ai canti di Chiesa) ondate di fumo. Che cos’era?

Incenso.

Uno dei pochi odori al mondo che non sopporto.

In quanto la suddetta Maria si era convinta che, scongiurano in qualche modo la porta della mia stanza, il suo credo sarebbe arrivato direttamente dalla porta a me.

Ma andiamo avanti.

C’è un altro modo per trovare casa online, oltre a tutte le piattaforme come immobiliare o idealista, e questo modo è facebook.

Non usandolo in particolar modo come social, ora come ora sono iscritta a più di cinquanta gruppi con i suddetti nomi: ‘cerco casa Roma’, ‘Roma cerco casa’, ‘casa cerco Roma’, ‘Roma casa cerco’ e tutte le altre possibili combinazioni, i più originali a questi gruppi aggiungono anche la zona o il tipo di appartamento che si cerca.

Ed è proprio così che ho trovato la mia seconda casa, la casa degli orrori.

Sì perché la Adele dell’epoca (ovvero dell’anno scorso di questi tempi) era convinta che doveva ampliare i suoi orizzonti, voleva cercare dei coinquilini alla ‘New Girl’, serie tv dove la protagonista va a vivere con tre uomini che diventano i suoi migliori amici, la Adele dell’epoca voleva delle amicizie come quelle di ‘Friends’, quindi si era convinta che andare ad abitare in un’appartamento con due coppie trentenni era un’idea geniale.

Ed ecco dei preziosi consigli prima di raccontarvi il motivo per cui sono scappata da lì:

  • mai, mai, mai accettare di andare ad abitare in un posto senza prima conoscere la vera proprietaria di casa e senza un vero contratto (non che a me sia capitato, nono). Un po’ perché è illegale, un po’ perché fidatevi, dovete sempre avere un contratto fra le mani, LEGALE
  • Controllate sempre tutto. Quando entrate per la prima volta in una casa dove i mobili dovranno rimanere, controllateli! Controllate che i cassettoni, l’armadio ed il letto non crollino in pezzi al solo soffio.

Ed ecco la storia: dopo aver pagato il pagabile, sono entrata in casa senza avere un mazzo di chiavi, ho dovuto litigare per farmene prestare uno ed andare a farne le copie.

Durante il trasloco, quella che sembrava la casa perfetta, ha iniziato a crollare: le mille ante di quell’armadio enorme non si chiudevano, no, neanche una, i cassettoni erano rotti, alla scrivania mancava una gamba per cui non stava mai ferma, ballava appena ci si appoggiava qualcosa, ed il letto doveva essere cambiato, con uno più piccolo, perché quello attuale era del ragazzo che aveva appena lasciato la stanza.

Ma l’Adele dell’epoca era convinta che fosse la casa giusta, che le avrebbe aperto dei nuovi orizzonti, delle nuove amicizie e voi vi chiederete: cosa mi ha fatto rinsavire?

Punto numero uno: i coinquilini mi hanno chiusa dentro casa.

Una mattina scoprii che la chiave di casa, proprio quella della porta, era difettosa: ti faceva aprire da fuori ma non da dentro.

Sempre quella mattina (in cui chiaramente ero di fretta per le lezioni) provai ad aprire la porta ma notai che era stranamente chiusa, provai allora ad aprirla con le chiavi, ma non giravano; provate ad indovinare su quattro coinquilini, quanti di loro risposero quando gli dissi del problema urgente? 

Già, nessuno.

Calai dalla finestra le chiavi a Congiunto, che mi venne ad aprire da fuori.

Questa è l’esperienza più comica, poi dovrei raccontare anche la violenza con cui uno dei ragazzi mi gridò contro per motivi futili, diciamo che per una serie di gridate e litigate sono scappata da quella casa, vissuto dieci giorni tra amici e beb in tutta Roma e poi, finalmente, trovato la terza casa.

La terza casa non ha una grande storia, trovata nell’emergenza estrema, pagata un botto proprio per questo.

Trasloco fatto a dicembre, nel periodo degli esami con l’Accademia; casa che ho odiato dal principio, unica femmina con tre maschi di cui uno che -in otto mesi- non ho mai conosciuto, uno simpatico e l’altro completamente tonto.

Consigli?

  • informatevi sempre sul costo del condomio e ogni quanto va pagato, spesso le agenzie tendono a dimenticarsi di questo dettaglio.

E poi la salvezza.

Un sera, in realtà una mattina perché era appena passata l’alba, dopo una serata fatta di pizza, risate e cartoni animati, con una tazza di latte davanti ad un cartone su disney plus, Congiunto mi dice: “e se cercassimo una cosa io e te?”.

Credo di aver sentito gli angeli cantare, di essere salita momentaneamente in paradiso ed essere riscesa subito.

Quindi adesso vi scrivo dal mio piccolo scantinato, che poi così piccolo non è, anche se ancora non ho trovato il modo per far sopravvivere le piante senza la presenza di un balcone o di una vera finestra, se avete suggerimenti scrivetemeli qui, saranno ben accetti, ma se siete curiosi e avete voglia di leggere e sapere com’è andato il trasloco e cosa abbiamo combinato io e Congiunto vi lascio qui il racconto scritto per la newsletter.

Al pezzo senza nessuna modifica, scritto esattamente come l’ho scritto il 30 Agosto, appena terminato il trasloco.

Spero vi siate fatti un paio di risate, al prossimo episodio di ‘vita vera’,

Adelio.

Non è un segreto che io usi questa newsletter quasi come un diario, quasi come se stessi parlando o raccontando cose ad una persona cara.

 Il che può essere estremamente imbarazzante perché viene letta -anche se in minima parte- da alcune persone che conosco nella vita vera, cioè nella vita senza computer, ed è imbarazzante perché inverosimilmente non sono abituati a sentire o leggere una parte così privata di me.

 Questa riflessione particolarmente acuta e brillante la sto scrivendo seduta alla mia scrivania, anche solo scrivere questa frase con tanto di ‘mia scrivania’ (anche se fisicamente, è la scrivania di Congiunto) mi ha emozionato, perché sì, sto scrivendo ufficialmente da casa nuova.

 Ci tengo a rendervi partecipi del fatto che -mentre scrivo per la prima volta qui- ho anche avviato la prima lavatrice qui, una lavatrice che è partita quasi tre ore fa e continua a fare rumori inquietanti, tanto da farmi avviare verso la porta di casa con la mia borraccia d’alluminio in mano perché non si sa mai, magari era entrato qualcuno.

 Comunque sì, io e Congiunto siamo ufficialmente conviventi, talmente tanto che forse sarebbe il caso di non chiamarlo più ‘Congiunto’ -ha iniziato a chiamarlo così anche mia madre- però ormai lo conoscete con questo nome.

 Vi racconto così la brillante idea mia e di Congiunto: convinti di volerci vivere il trasloco (il primo insieme) completamente, nella sua totalità, alla proposta dei miei di venirci a dare una mano con la macchina abbiamo risposto con un secco e deciso no, perché ce l’avremmo fatta da soli.

Perché basta affittarsi uno dei furgoncini dell’enjoy ed in due in qualche oretta si smonta tutto, giusto?

 

SBAGLIATO.

 

Avevamo un piano d’attacco quasi perfetto: arrivare a Roma, prendere le chiavi, pulire il nuovo appartamento, smontare, rimontare e invece? E invece le chiavi non ce le hanno date subito; certo, avevamo un piano B già bello e pronto, ma poi ci siamo resi conto che nel suo ascensore la sua scrivania (quella su cui ora lavoro) non ci sarebbe mai entrata, e ci saremmo dovuti fare cinque piani a piedi con una scrivania in braccio (io, che soffro di vertigini) e, ancor peggiore di questo, ci siamo resi conto che negli ultimi anni io sono diventata Rebecca Bloomwood.

 Sì, la protagonista di ‘I Love shopping’, e sappiate che non conoscere Rebecca Bloomwood è quasi grave come non conoscere Bridget Jones.

 Comunque, ci siamo ritrovati con più di sedici scatoloni (e sì, parlo di scatoloni da trasloco, quelli grandi da film) due valige, quattro diverse scatole più piccole, una tv, uno specchio, due chitarre, due cavalletti, insomma lascio alla vostra immaginazione il compito di figurare il bellissimo momento in cui, una volta finita la mia stanza, abbiamo contato il numero di scatoloni e -soprattutto- abbiamo realizzato che la stragrante maggioranza erano pieni di vestiti.

 Diciamo che in questa storyline salteremo il punto in cui, una volta entrati in casa per la prima volta, abbiamo pulito ogni singola mattonella per lo sporco che abbiamo trovato e, soprattutto, abbiamo scoperto che due mobili su tre nascondevano della muffa.

 

Direi da saltare anche lo step in cui, per spostare due cassettoni belli pesanti, i suddetti si sono aperti e frantumati nelle nostre mani, cadendo direttamente sui nostri piedi.

Chiaramente cassettoni in legno, precisiamolo.

 Arriviamo quindi al secondo shock dell’avventura: il momento in cui ci siamo ritrovati nella nuova casa tutti i miei scatoloni (più i mobili) e tutti i suoi scatoloni (più i mobili).

 Quando erano tutti sparsi fra camera, corridoio e soggiorno, quando l’ingresso della cucina e del bagno erano bloccati da scrivanie e cassettoni che ancora non sapevamo dove mettere, quando per passare da una stanza all’altra ci siamo ritrovati a fare lo slalom, il salto in lungo del materasso e le figure ginniche che neanche matrix, lì ho quasi pianto.

 Ma dopo nove ore no-stop di smonta e rimonta, svuota e riempi posso affermare che sì, si può fare il trasloco in un giorno.

Ma armatevi di lasonil, voltaren ed oki, perché ieri mattina per colazione c’è stato un mix di voltaren, oki e caffè, non saremmo sopravvissuti altrimenti.

 Ok,ok, ora momento verità: ancora ci devono portare via dei mobili, non abbiamo il wifi, abbiamo solo tre pentole (giuro), siamo pieni di formiche, il divano del soggiorno in realtà è un lettino singolo coperto e riadattato, il letto ha una sorta di centricità che non ci permette di stare dritti ma continua a farci cadere verso il centro, la stragrante parte dello spazio è occupato dai miei vestiti e stanotte la passeremo a montare zanzariere e tende, perché abitiamo ad un piano terra che io amo chiamare scantinato, per cui una volta aperte le finestre le persone che passano per strada possono tranquillamente osservarci da fuori.

 Però (grazie al cielo c’è un ‘però’) non potete immaginare quanto diavolo ami questo scantinato.

 Anche se sono appena andata a controllare la lavatrice e si è mossa talmente tanto da spostarsi completamente nella stanza, arrivando dal fondo quasi alla porta, anche se mentre scrivo di fronte alla finestra due anziane mi distraggono facendosi gli spoiler de ‘il paradiso delle signore’.

 Io amo questo scantinato, amo entrare in casa e sentire il profumo di Congiunto, ma ancor di più amo avere la fortuna di poter rientrare a casa tranquilla, senza dover pensare ai coinquilini matti che potrei ritrovarmi (e che mi sono ritrovata) davanti.

 Questo mi ricorda che sì, vi devo ancora il racconto delle mie esperienze passate, ma oggi c’è in programma la struttura del calendario editoriale di settembre, per cui tenetevi pronti per le novità.

 Amici dallo scantinato è tutto,

ci risentiamo ormai a Settembre.

 

Adelio.

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