Settembre, libri e focus

Settembre, libri e focus

Settembre, libri e focus

Settembre è come il capodanno, ormai è appurato. È quella legge non scritta, è quel tacito accordo tra le palestre, i nutrizionisti e i rivenditori di agende.

A me questo Settembre è partito con esami (‘cci loro), traslochi (si, ’n altro) e Pinterest.Mi sto drogando di Pinterest, di foto e immagini aesthetic, di quei video su tiktok dove ti fanno vedere i vlog delle ragazze che si allenano, cucinano, mangiano il porridge e si vestono solo in palette.

Ecco, se in 23 anni di vita la parola di Settembre è sempre stata ricominciare, a ‘sto giro la parola è stata: focus.

Trovare il focus del periodo, non dico dell’anno perché sarebbe esagerato, però almeno del periodo.

Capire non chi voglio essere perché insomma, parliamoci chiaro, chi mai potrebbe permettersi una tale presunzione?Ma capire e mettere a fuoco come vorrei che gli altri mi vedessero.Come voglio essere percepita.

Ora, io non so se è una necessità da donna quasi vicina ai 25 anni, non so se è la necessità di ragazza che si è vissuta anni di pandemia, guerre, cambi di governo e ora non sa come guardare al proprio futuro, però è nata questa necessità.

Quest’estate mi sono data un obiettivo, uno bello grande: ricominciare a leggere.E tu dirai (forse): “oh, grande, come si fa? Come si riprende?”Non ho formule magiche eh, quella cosa di imporsi tot pagine al giorno non funziona, io ho passato tre giorni sulla stessa riga e poi in un’ora ho chiuso due libri.Però tutto questo era per dire che sto leggendo “l’amica geniale”, non ne ho parlato sui social perché vorrei finire tutti e quattro i libri e ancora sono al terzo, però vorrei parlarvi di un atteggiamento del personaggio di Elena.La storia è narrata dal suo punto di vista, la si sente crescere, vive e racconta dall’adolescenza ai vent’anni inoltrati, e ciò che più ho ritenuto interessante è la percezione che lei ha di se stessa ma -soprattutto- l’attenzione che pone a come gli altri la percepiscono.

Si sente inadeguata, sente che gli altri abbiano sempre qualcosa di più intelligente da dire, che gli altri si esprimano sempre meglio di lei, che lei abbia sempre qualcosa da recuperare, da studiare prima di poter aprire bocca.E anche quando viene lodata per la sua intelligenza, per il suo modo di esporsi, comunque ciò che non l’abbandona mai è l’idea di come gli altri la vedano.

 P.s. i libri della Ferrante sono meravigliosi, ti affezioni a tutti i personaggi e vivi nel rione insieme a loro, questo’estate mentre leggevo spesso dimenticavo di non essere tra le fresche frasche della Calabria, mi sentivo a Napoli, poi a Firenze, mi sentivo all’interno della macelleria Solara o parte integrante delle manifestazioni.

 Comunque, da quando ho notato questo atteggiamento, questo pensiero fisso di Lenù, ho iniziato a badare a quante volte lo penso io di me. Non perché volessi concentrarmi sul senso di inadeguatezza, non potrei mai mettermi qui a scrivervi: “ci sentiamo tutti inadeguati, sempre sbagliati, nelle cose buttiamoci e basta” che proprio oh, ma da dove ti vuoi buttare te? Che prima di iniziare a parlare io e le mie mille personalità ci si organizza, si preparano i summit, e poi forse se si arriva ad una soluzione e l’argomento non è già cambiato ci si esprime. Quindi, tutto ciò per dire che non è tanto sul senso di inadeguatezza che volevo soffermarmi, tanto quanto sulla soluzione nei confronti di quel pensiero.

Mi spiego meglio: l’altra sera sono uscita.Io, di giovedì sera alle undici, ho messo un magliettone e sono uscita nella piazza del mio quartiere.E avevo addosso uno stile che usavo molto al liceo: maglia enorme dei nirvana, pantaloncini, vans, trecce, cappello messo al contrario, borsa di tela, struccata, insomma mi è veramente sembrato di tornare indietro.E mentre gli altri parlavano, scherzavano, io pensavo: che idea sto dando di me?Non tanto cosa percepivano gli altri, quanto quello che emanavo io.

E non sapevo se in quel momento, vestita in quel modo, con quell’atteggiamento un po’ schivo e un po’ stanco, io fossi a mio agio oppure no. Perché, alla fine, non possiamo nemmeno giudicare i nostri atteggiamenti, la nostra attitude, come una cosa ‘positiva’ o ‘negativa’. Perché è la nostra, dovremmo solo capire se ci sentiamo a nostro agio con quello che riflettiamo oppure no.

Lenù ad esempio no, sente spesso il bisogno di rimanere in silenzio perchè non ha nulla di interessante o di abbastanza colto da dire, e non è ne giusto e ne sbagliato, ma riflette ciò che vuole lei? Quanto ha messo a fuoco quello che vuole apparire per gli altri?

Ecco, questo sicuramente mi ha dato da pensare per questo nostro capodanno autunnale. Per cui, se dovessi consigliarvi dei libri, vi consiglierei la saga dell’amica geniale, ma anche “tutto quello che so sull’amore” che è il libro perfetto da leggere tra i venti e i Trent’anni.

Non voglio fare un catalogo immenso di libri, ne tanto meno fare recensioni inutili (anche perché trovate già qualcosina sui miei social) questo secondo libro però ad un certo punto affronta come tema la voglia che ci assale tra i 18 e i 21 anni di crescere, di voler diventare grande, e poi dai 23 anni in poi la voglia di non farlo più, e la paura di non essere in grado di fermare un processo del genere.

Ecco, ad un certo punto la protagonista ha la paura di ritrovarsi ancora dopo diversi anni ad abitare nella stessa via dello stesso quartiere continuando a fare degli stupidi ordini di cose inutili su Amazon.

Parliamone.

Io a 18anni avevo il terrore (giuro, il terrore) di ritrovarmi a 25 anni ancora nella stanzetta in cui sono cresciuta, a leggere gli stessi libri e ascoltare lo stesso vinile di Motta che ho ancora e che ho letteralmente consumato. Mi sono trasferita, quindi paura scampata. Ma avevo anche paura di arrivare ai 25 anni senza una laurea magistrale o senza un lavoro. Ora di anni ne ho 23, e ho finito il primo anno della triennale, quindi decisamente non mi ritroverò a 25 anni con una magistrale portata a termine, anzi, potenzialmente neanche con una triennale.

E tutto ciò l’ho consapevolizzato questo weekend, che è venuta a trovarmi mia madre. Dovete sapere che non sono solita alle visite dei familiari: Cosenza-Roma costa troppo e ci metti una vita, che tu prenda treno, autobus o macchina, in più per tre anni ho frequentato un’accademia che non consentiva assenze, per cui non solo nessuno veniva a trovarmi ma ne tanto meno io potevo tornare giù se non per brevi periodi festivi.

Per una serie di coincidenze, questo weekend mia madre (che è la mia Lorelai Gilmore) è venuta a trovarmi. E io dovevo fare l’adulta, dovevo essere vista come adulta.

Ho pulito e fatto brillare tutta casa, messo in ordine, e quando è arrivata alla stazione ho acceso in casa candele e profumatori d’ambiente. Ho fatto la spesa, perché dovevo cucinare per lei e poi lavare tutti i piatti, pulendo fornelli e cucina una volta finito. Dovevo mostrarle che so gestire le cose: che ho trovato un lavoro, che sono venti giorni che combatto per avere il wifi e che anche se di cavi, fibra e modem non ci capisco niente comunque lo sto facendo da sola, dovevo dimostrarle che quando cucino non dimentico più di mettere il sale nella pasta, e che avevo organizzato un weekend perfetto, con tanto di ristorante prenotato di sabato sera sotto San Pietro, a nome mio.

Alla fine non ho messo il sale nel riso e lei ha ordinato una pizza, ho pianto davanti toy-story mentre lei mi dormiva di fianco, e la cena prenotata a ristorante si è trasformata in una storia comica da raccontare.

Ci siamo avviate in questo super ristorante, molto tipico, molto distante da dove abito io. Dopo averle fatto prendere metro e autobus, cosa a cui non è abituata assolutamente, dopo averla portata sotto la cupola di San Pietro di notte, e averla fatta passeggiare tra gli immensi colonnati che un po’ ti fanno sentire estremamente piccola e un po’ ti fanno sentire uscita da Hercules, finalmente siamo arrivate a ristorante. Vino, tagliere di formaggi, due piatti elaborati in arrivo che non comprendessero pizza o patatine fritte, pane caldo servito con un piattino con dentro un po’ d’olio in cui inzupparlo, e un bell’attacco d’ansia arrivato così, senza preavviso.

Mentre sorseggiavo il mio calice di rosso mi si è piantato un peso sul petto, e stare seduta era limitante, respirare l’aria che respiravano tutte le persone attorno a me non bastava più, e soprattutto fingere di stare bene per farle vedere quanto fossi diventata adulta mi faceva stare peggio.

Ci siamo alzate, siamo andate via con la scusa di aver ricevuto una chiamata urgente, anche perché non tutti sono pronti a sentire: “andiamo via perché mia figlia sta avendo un attacco d’ansia e non riesce a rimanere seduta”.

Comunque, eravamo sotto San Pietro, di sabato, alle 21:30. Cosa vuol dire? Vuol dire niente taxi, neanche uno. Metro chiuse, e pullman che se la prendevano con molta calma.

Mia madre mi ha tenuto la mano, mi ha riscaldato perché in 40 minuti è arrivato l’autunno senza alcun preavviso, mentre io indossavo una camicetta e le scarpe aperte. Mi ha comprato una sciarpa e quando ha visto che mi sentivo un po’ meglio, nell’attesa di un taxi o un pullman, mi ha fatto notare che vicino a noi c’era un McDonald aperto.

Insomma, siamo finite così: io e mia madre nella nostra unica sera romana, con trenta minuti di viaggio davanti, a mangiare patatine fritte in un pullman semivuoto coperte con una sciarpa appena comprata.

Poi in realtà abbiamo anche comprato dei mega cornetti al cioccolato, mangiandoli nel letto mentre guardavamo Aldo, Giovanni e Giacomo, ma questa è un’altra storia.

La morale di tutto ciò è che a prescindere diventiamo adulti: anche se ci vengono gli attacchi d’ansia, anche se invece del tagliere di formaggi mangiamo le patatine fritte, anche se non lo dimostriamo per come vorremmo, diventiamo adulti. Anche se continuano a vivere nella stessa via dello stesso quartiere mentre facciamo gli stessi ordini stupidi su Amazon.

E insomma, tutta questa storia ve l’ho raccontata per consigliarvi due libri: “L’amica geniale” perché è una bella storia, ma anche una bella riflessione sul focus di ognuno di noi, e “Tutto quello che so sull’amore” perché è una bella storia, ma anche una bella riflessione sulla crescita personale e su dove vogliamo andare a parare, come ci percepiamo noi, come vogliamo apparire agli occhi degli altri, come ci vedono gli altri e soprattutto quanta importanza dare a questa parvenza.

Ultima parentesi sul diventare adulti: in settimana è uscito un disegnetto, e il succo di questo disegnetto era che ogni tanto è bello scrollarsi di dosso le proprie responsabilità, e che è giusto sentire la mancanza della figura della mamma. A fine disegnetto mi sono chiesta: perché da piccoli smaniavamo così tanto dalla voglia di crescere?

La risposta me la sono data sabato sera.

Ho lavorato per tutto il weekend, per cui sabato sono rientrata a casa alle due di notte a causa del lavoro, sapendo che il giorno dopo mi sarei dovuta preparare ad un’altra serata/nottata lavorativa. E c’è stato un momento preciso in cui ho sentito, ho capito perché volevo crescere.

Sono tornata a casa alle due: mi sono struccata, ho sistemato la camera, mi sono fatta latte e biscotti e sono andata a dormire, nella totale solitudine (coinquiline 1 e 2 non c’erano) La mattina mi sono svegliata, ho sistemato ciò che mi serviva per lavorare la sera, ho preso le chiavi e sono andata a fare colazione al bar, da sola di domenica, per poi passare al forno a comprare il pane per il pranzo, che avrei fatto da sola. Ecco, quando ho afferrato le chiavi per uscire, quando mi sono seduta da sola al bar, e quando ho messo a tostare il pane nel forno ho pensato: ce l’hai fatta.

E non ho fatto niente di che, intendiamoci, però se uno dei miei obiettivi del periodo è trovare un focus, sul futuro e su dove voglio andare, uno dei miei obblighi del periodo sarà constatare dove sono arrivata. Che la ragazzina che consumava il vinile di Motta non c’è più, anche se il vinile è ancora nella libreria e continuo a piangere su toy-story.

Ed ora a noi.

Dopo mesi senza newsletter, senza tempo da dedicare alla scrittura, torniamo con un mega Ottobre. Con un calendario editoriale prestabilito che prevede almeno un articolo al mese, per tornare a farvi compagnia quando proprio non c’avete niente da fare.

Siamo tornati a chiacchierare, un bacio grande

Adelio

Dire apertamente: “sì, ho l’ansia”

Dire apertamente: “sì, ho l’ansia”

Dire apertamente: “sì, ho l’ansia”

Soffrire di un disturbo d’ansia vuol dire ritrovarsi chiusa nel bagno dei fisioterapista, seduta per terra cercando di riprendere aria. Vuol dire fermarsi quando cammini troppo velocemente per essere sicuri di avere il fiatone e non l’ansia. Vuol dire dormire poco o dormire troppo, vuol dire non capirsi, vuol dire prima avere bisogno di sentire delle persone attorno e subito dopo avere la necessità di rimanere sola, perché gli attacchi di panico è meglio non mostrarli agli altri.

Ciao, io mi chiamo Adele e soffro di disturbi d’ansia.

Desclaimer: tutto ciò che leggerete è solo frutto della mia esperienza personale, una banale testimonianza che parla dopo essersi confrontata con diversi psicologi.

 

Oggi sul mio profilo instagram ho pubblicato questa illustrazione.

Un po’ perché credo sia arrivato il momento giusto per potervene parlare, un po’ perché quando la scorsa settimana ho chiesto quali temi avreste voluto affrontare insieme a me, una persona fra voi mi ha chiesto di parlare dei disturbi d’ansia e della difficoltà e l’imbarazzo che si sente quando si prova a dirlo o a condividerlo.

 

Quindi il tema di oggi sarà, non tanto l’ansia o gli attacchi di panico in se per se, ma la condivisione e l’accettazione.

 

La mia relazione con l’ansia e soprattutto con gli attacchi di panico è iniziata nel 2017, io avevo 16 anni.

E ne voglio parlare perché ricordo che, durante il mio primo infernale anno in questo rapporto assurdo con la mia ansia, tutto ciò che io cercavo erano testimonianze.

Gente che poteva confermarmi che era guarita, che l’ansia passa, che riesci a vivere e andare avanti nonostante tutto.

E purtroppo non ne trovavo, non riuscivo a trovare persone che apertamente e pubblicamente parlassero di questi argomenti, arrivai ad un certo punto a pensare  che magari non ne era sopravvissuto nessuno, e per questo nessuno ne parlava.

Spoiler: non è così.

 

Più in là magari vi parlerò anche di come è iniziata per me, di come ancora ora la affronto, di come ci vivo e convivo, ma oggi parleremo della condivisione. Di questo grande ‘coming out’.

Cosa che per me fu difficilissima da fare.

 

Ammettiamo pure che siamo arrivati a quel punto in cui abbiamo riconosciuto che, tutti i sintomi che sentiamo, tutti i pensieri brutti che arrivano, tutte le volte che ci aumenta il battito cardiaco, che non riusciamo a respirare, che ci sentiamo soffocare o svenire, siamo riusciti a riconoscerli come ansia.

Sì, perché mica è facile riconoscere.

Io vivevo sempre con la costante paranoia di un infarto o una reazione allergica.

E invece ammettiamo pure che siamo nel momento della nostra vita in cui abbiamo riconosciuto di avere dei problemi d’ansia, di soffrire di attacchi di panico.

E, che voi abbiate o no iniziato un vostro percorso con degli specialisti, arriva sempre il momento in cui questa nostra ‘amica’, questa nostra ‘relazione’ deve diventare pubblica.

E sì perché fin ora, se l’attacco di panico arrivava in pubblico, le scuse sono sempre state le stesse: “ torno a casa, non mi sento molto bene”, “non esco stasera, ho tanto da fare”, “vado a prendere un po’ d’aria che mi gira la testa” e perché nessuno ancora dice mai “torno a casa, ho un po’ d’ansia”, oppure “stasera non vengo, mi sta passando un attacco di panico”?

 

Fingere di avere la febbre è più credibile di un attacco di panico?

La febbre ci giustifica a non poter uscire ma un attacco di panico no?

 

Ed ora giustamente vi potrete chiedere: perché questa mia amica, questa mia relazione con l’ansia, deve diventare di dominio pubblico?

La risposta che posso darvi è: perché poi la vita diventerà più semplice, e giuro che io ne sono una testimone.

 

L’anno più brutto della mia vita, dove proprio la mia amica ansia dettava legge, era l’unica indiscussa protagonista, l’unico main character, è stato il mio ultimo anno di liceo.

E di bugie solo Dio e mia madre sanno quante ne ho dette.

Per i miei amici, anche quelli più stretti, o stavo sempre male o non avevo più voglia di uscire con loro ma non avevo il coraggio di dirglielo.

Ho saltato milioni di uscite, milioni di serate, diverse feste, qualche 18esimo, il mio primo appuntamento con un ragazzo, tantissime prove per uno spettacolo, il mio pranzo dei 100 giorni prima della maturità e ho balzato interamente quasi un mese di scuola inventando scuse su scuse.

Prima le febbre, poi la nausea, poi un’infezione, un imprevisto familiare, i miei amici e i miei insegnanti dell’epoca ne hanno sentite di ogni.

Fin quando non ho iniziato a dire: sì, io ho l’ansia.

 

Ricordo che quando iniziai a dirlo, quando iniziai a spiegarlo, quelli che all’epoca erano i miei amici nemmeno ne avevano mai sentito parlare.

Quando lo spiegai al mio ex lui rimase sconvolto, come può una persona sentirsi così, dal nulla? Come puoi essere a corto d’aria, con la tachicardia o con la gola stretta se è davvero tutto dettato dalla tua testa?

 

Ricordo che era una sera di luglio, avevo appena dato la maturità, e dovevo uscire a prendermi una birra. L’ansia chiaramente aveva altri piani: e sbem, un bell’attacco di panico, dopo aver passato le due ore precedenti a vestirmi e truccarmi.

Il mio ex si arrabbiò tantissimo perché stavo per dare buca a tutta la serata, così uscii solo per prenderlo da parte e spiegargli per quale motivo spesso preferivo rimanere a casa, preferivo dare buca a tutto.

Ricordo che gli spiegai tutto seduta per terra su un marciapiede, avevo un vestitino nero, e gli misi la mano alla gola, premendo leggermente con indice e pollice per fargli capire quello che spesso sentivo io.

 

La verità, amici miei che convivono con questi momenti, è che le persone vanno educate.

L’ansia e gli attacchi di panico possono essere invalidanti.

Possono portarti a non voler andare a fare la maturità, a non voler uscire con la persona che più ti interessa al mondo, possono portarti a non uscire per dare quell’esame che stavi preparando da mesi.

E le persone che avete attorno, almeno quelle più strette, vivranno meglio sapendo con quali mostri combattete o convivete.

 

Ora momento verità.

La morale ve la sto facendo io che ancora ad oggi continuo a inventare scuse su scuse pur di non dire la verità, direi quasi che ho affinato la mia tecnica, le mie bugie. Spesso, per i miei insegnanti in accademia, ho avuto la febbre quando in realtà venivo da una notte insonne accompagnata da tachicardia e sudore, oppure dovevo andare via prima per dolori alla schiena o emicrania, quando in realtà non riuscivo più a prendere aria.

 

Ma ho fatto dei passi avanti: i miei amici conoscono la verità, spesso mi imbarazzo e non voglio aprirmi del tutto, ma mi sforzo e –se succede- lo dico. Dico che probabilmente per quella famosa birra delle dieci io non li raggiungerò, perché mi sta passando un attacco di panico.

 Ed ora arriviamo alla fatidica domanda: e se gli altri si allontanano da me?

Sì perché, quando non ammettiamo di stare male, quando abbiamo bisogno di scuse su scuse pur di non dire che è tutta colpa dell’ansia, il vero problema è che ciò che ci spaventa è il giudizio.

Essere giudicati pazzi, matti, essere allontanati perché persone con questi problemi è meglio averle lontane.

 Ed ecco un’altra testimonianza.

Sempre in quel bellissimo utlimo anno di liceo, la prima persona a cui parlai di come stessi per davvero, la prima amica a cui confessai tutto, fu esattamente la persona che iniziò a dire in giro che ero pazza, che non stavo per niente bene mentalmente.

Ed era vero: non stavo mentalmente bene, ma non ero pazza, e lei non aveva nessun diritto di raccontare quello che stavo vivendo agli altri.

Ne dovevo parlare io.

 Sì amici, le persone vanno via, spesso mi sono ritrovata a palrare con gente che aveva paura di queste “cose”, che aveva paura anche solo ad approcciare con persone che vivono questi determinati momenti.

Ma, ripeto, le persone vanno educate.

Dobbiamo spiegare che significa per noi vivere determinate situazioni, e aspettare che l’altro capisca e accetti.

Se non lo fa, banalmente non è una persona intelligente, e chi ce lo fa fare a circondarci di persone così?

 Non è facile, lo so.

Dire apertamente: sì, ho un disturbo d’ansia. Oppure: sì, io vado in terapia.

Perché sembra di essere quelli deboli, quelli che arrivati ad un certo punto non ce la fanno.

Ma non è così.

Il mio consiglio, quindi, è quello di essere sinceri almeno con le persone molto vicine a voi, parlandone avrete fatto del bene anche agli altri, o quantomeno non avrete più lo sbatti di continuare a inventare bugie su bugie su bugie.

 Questo è tutto dalla vostra amabile e prolissa Adelio, spero di avervi fatto compagnia e avervi aiutato, almeno un po’.

A presto,

Adelio.

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