Aprile e fiorellini

Aprile e fiorellini

Aprile e fiorellini

*newsletter 1/04/2022

Chiariamoci: io questa email l’ho chiamata così, ma è ‘na sorta di preghiera, di speranza, perché qua se non arriva una bella svolta non so bene come proseguirà il resto dell’anno.

 

Ciao amic*,

bentornat* nell’ iper spazio super confuso di quest’anno, in cui le email arrivano quando arrivano, piene di info, racconti, musica e via così.

Intanto parto dalla domanda iniziale con cui comincio sempre: come state?

(Quando vorrete potrete rispondermi, la mia casella è sempre aperta)

 

Come si sarà capito dall’incipit di questa email, qui da Roma posso dirvi che è stato un periodo completamente senza equilibrio.

Come in quei film di fantascienza, dove chissà per qualche motivo i protagonisti che vanno sullo spazio a ‘na certa si ritrovano a vagare nello spazio, con quelle super tute bianche, e galleggiano senza riuscirsi a muovere.

Ecco: galleggiare senza muoversi, col terrore che l’aria prima o poi finisca.

Questo è stato marzo, anzi, se proprio dobbiamo dirla tutta così si va avanti da un po’.

E ve ne parlo perché secondo me è una condizione generica, non ho sentito una e dico una persona che se la stia cavando bene ma davvero bene in questo periodo.

 

Sarà che marzo ci fa sentire quanto sia vicina la fine di qualcosa: anno scolastico, anno accademico, universitario, quanto siano vicine le vacanze di Pasqua, e allora lì ti chiedi: “le vacanze mi faranno riposare abbastanza per poi ripartire a mille o mi affosseranno ancora di più?”.

Depressi, non avete idea di quante volte abbia sentito pronunciare questa parola.

Che è una parola che io non pronuncio mai, una parola di cui ho una paura immensa, al massimo posso dire “sono mega triste” o “ho una tristezza grossa così addosso”, e non solo ho il terrore di pronunciarla ma anche di sentirla.

Ecco, l’ho sentita da quasi tutte le persone che conosco, quelle più vicine a me.

 

Sarà il periodo? Sarà l’arrivo della primavera? Che prima di caricarci a mille ci scarica del tutto, come si dovrebbe fare con i cellulari? Chissà.

Io e la mia migliore amica stiamo aspettando l’arrivo di Aprile con la stessa intensità con la quale mia madre aspetta una svolta in Beautiful, tipo il ritorno del vecchio Ridge.

 

State anche voi così?

 

Io, dal canto mio, vi racconto che lo scorso weekend sono stata a Milano.

E l’ho vista come una benedizione questa partenza, ma vi spiego meglio, vi racconto dall’inizio.

 

Ho passato un tempo non troppo quantificato stesa sul letto, per giorni e giorni.

Cerco di raccontarvelo con leggerezza, perché è l’unico modo che abbiamo per raccontare le cose pesanti.

Ho passato giornate e giornate buttata tra le lenzuola: guardavo i libri della sessione sulla scrivania senza aprirli, annullavo appuntamenti presi con scuse qualsiasi, non disegnavo con vera voglia, facevo partire film senza guardarli davvero, l’unica cosa che veramente mi faceva alzare era pulire casa, ma solo perché non sopporto la polvere, poi si tornava a letto.

L’unica fonte di gioia che ho trovato per quasi tutto Marzo è stata il cibo: mangiare fette biscottate e marmellata per tutta la settimana per poi farsi pizza e patatine sia sabato che domenica, per poi piangere e stare sveglia per tutta la notte.

Ho dormito veramente poco, mangiato veramente tanto, e pianto per motivi per la quale non avevo trovato il coraggio di piangere in questi ultimi otto mesi.

Ho perduto la bussola: lo sapevo io, lo sapeva mia madre, lo sapeva la mia psicologa.

 

Poi arriva un invito: ti va di venire a Milano per uno shooting di moda?

E con quale cuore dicevo di no? Ad uno shooting? A Milano? Di fronte il bosco verticale?

Ho fatto la valigia due giorni prima della partenza, gli outfit li ho decisi una settimana prima.

E li ho decisi con estremo imbarazzo e senso di colpa: ho ripreso dei vestiti estivi che non mi vedevo addosso da mesi, e vedermeli addosso con una pancia così gonfia, con diversi chili in più, è stato bello strano.

Però comunque li ho messi in valigia, e sono partita.

 

Può Roma diventare soffocante? Può una città così grande e immensa soffocarti? Il venerdì mattina, prima di partire, avrei risposto sì.

Così ho preso il treno e sono arrivata.

Figata.

Sono arrivata, ho chiamato mia madre e le ho gridato al cellulare: “Milano è il futuro”.

 

Ecco, un paio di cose pratiche:

-se siete allergiche/allergici a TUTTO (come me) non potete mangiare da “Flower Burger”

-la gay street via Lecco di Milano (chiamata anche LeccaMilano) è pazzeska

-ai Navigli mangi zucchine piene d’olio e rischi di incontrare Rkomi (sì, è successo)

-e soprattutto se scendi a fermata “duomo” appena esci dalla fermata stai veramente sotto al duomo, che per osservarlo tutto devi praticamente stenderti a terra

 

Comunque, la vera cosa bella di questo viaggio, la cosa che più mi emozionava, era non solo che sarei andata lì per lavoro, per gente che voleva fotografarmi (a me? Ma sicuri? Anche ora che c’ho la panza?) ma soprattutto che era il mio primo viaggio fatto totalmente da sola!

 

Quando ho preso il covid ad Agosto sognavo di fare un viaggio da sola, ma poi tra rottura col mio ex, trasferimento, inizio dell’uni non l’ho più fatto.

Quando però sono arrivata nel mio hotel, e ho aperto il balcone che dava sulla terrazza, e ho sparso la mia roba ovunque, ho pensato: oh cazzo, è successo.

Una stanza straniera tutta per me, una terrazza tutta per me, in una città totalmente sconosciuta che posso girare come mi pare e piace perché non devo dare conto a nessuno.

Insomma, quando sono tornata all’una di notte, dopo una serata a LeccoMilano, dopo due calici di rosso e uno spritz è successo questo:

mi sono struccata, ho fatto la skincare, messo il pigiama, sistemato le cose per il giorno dopo, impostato la sveglia alle sei, fumato una sigaretta su quella splendida terrazza e mi sono proprio detta: io voglio questa vita.

Viaggiare, hotel, tornare tardi e doversi svegliare presto, fare skincare perché il giorno dopo c’è uno shooting, outfit eleganti, città sconosciute e fare tutto ciò perché è parte del mio lavoro, splendido.

 

La verità? Dopo lo shooting il mio unico desiderio era tornare a Roma, a casa mia.

Milano è stata splendida con me, la mia amica Viola è stata magica, ma dovevo tornare a casa mia.

Sono partita con la speranza che Milano mi facesse tornare a respirare, che mi desse un po’ di spazio rispetto alla soffocante Roma, non è stato così.

 

Speravo che Milano mi guarisse: 

ho passato altri tre giorni stesa sul letto.

Mi sono detta che non sarei uscita per sicurezza, perché ho visto veramente tanta gente e non volevo mettere a rischio nessuno, la verità è che non volevo uscire.

 

In più è successo che è da quando sono tornata che non dormo: mi addormento alle dieci, poi mi sveglio alle tre del mattino e il sonno non lo riprendo più.

 

Così, alla terza notte passata così, con una lucetta accesa, dei cartoni messi come sottofondo, con quei libri sulla scrivania che continuavano a gettarmi addosso il senso di colpa, ho deciso di alzarmi.

Anche se era notte.

Mi sono messa a guardare dalla finestra della cucina, per cambiare aria, io in compagnia di quella povera piantina vicino al lavello che continua ostinatamente a vivere, non capisco come ancora dopo tutto questo tempo senza acqua ancora non sia morta, e insomma mi sono seduta lì, al freddo, e ho fatto una lista.

 

Una lista di tutte le cose positive che non riesco a vedere, ma che ci sono.

Ad esempio sono stata in una città sconosciuta, dove non conoscevo nessuno, da sola, ho preso centinaia di metro in tre giorni senza avere nemmeno un attacco di panico.

Oppure ho ricominciato ad allenarmi e non solo, sono andata da un nutrizionista (ok, ok, questo è solo il quarto giorno di dieta ma arrivare ad avere quattro giorni consecutivi dove non salto i pasti per poi sprofondare in pacchi di biscotti e cioccolata è un gran bel risultato).

 

Ok, una lista di soli due punti.

Sono pochi?

Ieri notte mi sono detta sì, sono poche solo due cose positive.

Poi stamattina -sempre con poche ore di sonno- mi sono seduta alla scrivania e sono saltata, come se avessi messo una molla sotto al culo.

 

Ho guardato tutti i libri sulla scrivania, tutti quelli che mi facevano sentire in colpa perché di quattro esami che devo dare ancora non ho iniziato a studiare nemmeno per uno, così li ho levati.

Ho levato tutti i libri dalla scrivania, ne ho lasciato soltanto uno, e mi sono detta: ok, dove arrivi arrivi, magari di esami ne dai uno/due ora e altri due a settembre.

E mi sono sentita meno in colpa.

 

Non so se è stato catartico, non so se veramente ho migliorato la situazione, fatto sta che poi mi sono guardata allo specchio, mi sono guardata la pancia e le ho proprio detto: tanto tu sparisci, magari non in tempo per l’estate ma io non devo dare conto a nessuno, ce la faccio a rimettermi in forma.

 

E poi ho aperto il computer, e ho ricominciato a scrivere per voi.

Ho ricominciato a scrivere i contenuti per i social, le nuove idee, tutto quello che vorrei fare, ho ricominciato a fare programmi.

 

Ed ora, dopo giorni di diluvio universale su Roma, dalla finestra sta entrando il sole (che immagine poetica e cinematografica eh).

 

Comunque, tutto questo racconto era per dirvi che alla fine i punti positivi della lista sono aumentati.

E non perché sono successe cose esterne, non perché azioni o eventi mi abbiano fatto aggiungere nuovi punti, ma perché una qualche molla mi ha fatto scattare stamattina, e allora i punti positivi me li sono creata da sola.

Magari domani li smonto, domani magari non ci credo più, magari passerò la nottata a piangere su quanto io sia poco produttiva, sul fatto che ho studiato per fare l’attrice e non riesco a lavorare, ma per la giornata di oggi mi godo questi punti positivi.

Il sole.

E magari ora esco e mi vado a comprare un super pacco di carote e una nuova crema per la pelle, perché la voglia di vivere la puoi abbandonare ma la skincare non si molla mai.

 

Spero di non avervi annoiat* amic*, di avervi tenuto compagnia, e la mia casella email è sempre aperta e pronta per le vostre risposte.

 

Alla prossima email,

Adelio

Fatti per 24 e 25

Fatti per 24 e 25

Fatti per 24 e 25

*newsletter 24/12/2021

Senza tempo

Senza tempo

 

Stanchi e disordinati

Stanchi e disordinati

Stanchi e disordinati

Stamattina mi sono svegliata felice, ed è stato strano.
Strano perché è un periodo bello pesante, perché il prossimo weekend (se tutto va bene) torno in teatro per tre date, e questo vuol dire quasi dodici ore di prove tutti i giorni, anche sabato e domenica.
 
Però insomma stamattina mi sono svegliata felice, e ricordo che ogni tanto gira questa frase sui social che dice che dovremmo notare i piccoli momenti in cui lo siamo, e quindi eccomi qui a raccontarvi il mio.
 
Ancora più strano però è il contesto in cui io mi sono sentita così.
Stamattina -unica mattina in cui potevo dormire un po’ in più- sono saltata dal letto alle sette spaccate.
Con la camera completamente buia, Congiunto che russava, il naso completamente tappato, la bocca secca ed un incubo fresco fresco di nottata.
Insomma, il buongiorno me l’ha dato un attacco d’ansia.
E sono rimasta dieci minuti nel letto, per cercare di calmarmi, di riprendere il mio respiro, e poi senza neanche pensarci sono uscita, da sola, alle sette di un sabato mattina.
 
Sono volata al bar, tra l’altro ancora col pigiama addosso (avevo la forza di uscire ma non quella di vestirmi)  ho fatto colazione con un cappuccino ed un cornetto al cioccolato (e poi capirete perché è necessario spiegare il cornetto al cioccolato) e ho fatto un giro al mercato.
Amo le persone del mercato, amo ancora di più quando il sabato e la domenica viene il signore che vende vestiti usati, che sono la mia passione.
Ho infilato le braccia in quella pila immensa di abiti e ne sono uscita con un bustone pieno di vestiti che verranno smontati e poi ricuciti, per diventare cose nuove che presto vedrete.
La cosa che mi ha fatto sorridere è che, dopo aver spulciato tutta la bancarella dei vestiti usati ma anche quella dei libri usati, dopo aver fatto colazione ed una passeggiata sotto il sole, tornando per la via di casa, appena arrivata al portone, è suonata la sveglia del cellulare.
E mi sono sentita felice perché, se un attacco d’ansia non m’avesse svegliato, stamattina alle nove avrei soltanto aperto gli occhi.
E invece alle nove ero già uscita, con la pancia e le buste piene.
Così mi sono lavata, ho levato il pigiama e messo il primo vestito senza calze del 2021, e ho aspettato che arrivasse l’orario delle prove per uscire di nuovo, felice.
E ci tengo a raccontarvi questa cosa perché, banalmente anche l’anno scorso, se a svegliarmi fosse stato un attacco d’ansia l’avrei vissuta male per tutto il giorno.
Mi sarei portata quella sensazione di una partenza sbagliata per tutta la giornata, la sensazione di aver già commesso un errore che avrebbe poi influenzato per forza tutto il resto.
E invece no.
 
Ed eccoci quindi al tema di questa newsletter: l’inutile ricerca della perfezione.
 
Intanto ci tengo a specificare -sempre causa prove- la newsletter è stata scritta di sabato notte e non di domenica, per cui quando parlo di ‘stamattina’ parlo del sabato.
 
L’idea per questa newsletter mi è venuta credo un paio di giorni fa, sotto la doccia.
Per i nuovi o per coloro che ancora non mi hanno inquadrata bene: piacere, sono Adelio, ho 22 anni e sono una perfezionista, purtroppo.
Sono sempre molto attenta a quello che faccio, quello che mangio, raramente lascio le cose al caso o lascio che le cose sfuggano dal mio controllo.
Quando sono nervosa, però, non riesco a gestire tutto.
Ed è successo che, per qualche giorno di fila, mi sono sentita veramente ma veramente in colpa con me stessa.
Perché ho mangiato male, non ho rispettato le mie routine, uscivo di casa con i capelli sporchi e la tuta, sentendomi proprio brutta, e non avevo nessuna forza per cambiare questa mia sensazione.
Quindi l’altra sera, dopo l’ennesima giornata di merda, mi sono infilata sotto la doccia e mi sono guardata.
Ho proprio preso la mia ciccia tra le mani e, allo stremo di qualsiasi forza, ho proprio pensato per la prima volta “ok, va bene così”.
 
Allora, quasi ancora completamente bagnata, avvolta da tre teli, mi sono seduta sul letto e ho preso il computer.
E, per poco meno di un’ora, ho fatto una cosa che non faccio quasi mai: ho lasciato andare.
Sono andata sul sito di Lush e ho comprato un nuovo balsamo solido e una nuova crema al lime, poi sul sito di ceraunabolla e ho comprato tre candele profumate, poi sul sito di espressoh e ho comprato un mascara.
E ciò che mi sforzavo di fare era semplicemente godermi l’acquisto, senza pensare ai soldi che stavo spendendo invece di conservarli per continuare a risparmiare per non si sa cosa, quei soldi li stavo spendendo per me.
E prova ne è stata la mezz’ora di felicità del giorno dopo.
Quando, dopo un’altra giornata di merda, ho aperto il pacco di lush e mi sono spalmata quella crema al lime e cocco che ormai è diventata una droga, e sono stata contenta di aver lasciato andare, per un po’.
Stesso discorso vale per il cornetto al cioccolato di stamattina, che normalmente non avrei preso.
 
Da un po’ di tempo a questa parte ho iniziato a provare una cosa nuova: ogni volta che ho un attacco di panico particolarmente pesante, mi premio.
Invece di buttarmi giù, invece di accusarmi perché la mia testa mi gioca brutti scherzi, io mi premio perché sono riuscita a farlo passare.
Con cose piccole: un donut, un cioccolatino, una nuova t-shirt, insomma dipende dalla situazione.
Un po’ con questo “premio” mi consolo, perché spesso gli attacchi di panico possono essere invalidanti: magari mi ritrovo a rinunciare ad una serata, ad una passeggiata con un’amica, ad un appuntamento, e mi consolo per questa rinuncia con un ‘regalo’, e un po’ mi premio proprio perché sta passando o magari quella sensazione è già andata via.
 
Ecco, vorrei provare a sperimentare il “premio” da periodo di merda.
Ad esempio: quando si vivono dei periodi particolarmente pesanti, regalarsi anche un solo giorno per lasciare andare alcune cose.
Un giorno in cui ti dai il permesso di fare shopping online, e poi ai risparmi ci penserai domani, un giorno in cui ti dai il permesso di fare colazione col cornetto al cioccolato, e poi alla nutrizionista e alla dieta ci penserai domani, un giorno in cui ti fermi e ti leggi un bel libro, e poi agli impegni accumulati ci penserai domani.
 
Siamo tutti alla ricerca della nostra propria perfezione, magari perché ce la impongono, magari ce la imponiamo noi, dobbiamo sempre reggere le aspettative che hanno gli altri e che abbiamo noi stessi per noi.
E nei periodi più pesanti diventa solo più difficile, quindi regalarsi un giorno per ‘lasciare andare’ mi sembra una giusta coccola, un giusto compromesso.
 
Per cui, fino alla pizza che ordinerò domani sera, mi andrà bene la mia ciccia così dove sta.
Mi andranno bene gli impegni accavallati, le mille cose da fare, mi andrà bene se domani, dopo le prove, tornerò a casa e crollerò dal sonno sul divano, invece di lavorare.
Fino a domani sera lascerò andare, mi andrà bene perché è la coccola che mi devo per questo periodo particolarmente tosto.
 
Ok, ok, la vera verità è che l’idea del giorno di coccola mi è venuto soltanto perché sono talmente stanca da non avere nessuna forza per stare in piedi in cucina, però mi andava di condividerlo con voi.
 
Detto questo, vi lascio perché sto per far partire sex and the city.
Questa è una newsletter un po’ disordinata, un po’ stanca, ma spero si sia capito il messaggio che volevo far passare.
Buona domenica amici, ci sentiamo alla prossima direttamente dal teatro.
 
Adelio.

Newsletter del 09/05

Compleanni e traumi

Compleanni e traumi

Compleanni e traumi

Ci sono settimane che sono proprio stancanti.
Settimane in cui la domanda peggiore è: “ma che giorno è oggi?” ed è inutile chiederlo perché non lo sai, potrebbe essere tranquillamente un venerdì e a te sembrerebbe lunedì.
Quelle settimane in cui arriva la domenica sera e ti chiedi come hai fatto ad arrivare fin qui, così cioè tutti interi e sani.
Assurdo.
 
Questa più o meno è stata la mia settimana.
Piena zeppa di parole, troppe parole, caffè, troppi caffè, talmente tanti caffè che ci sono stati anche tanti, troppi gaviscon.
Una settimana in cui sono arrivata ad ora, domenica sera, e mi chiedo come ho fatto.
Quando l’ho vissuto il martedì se nemmeno me lo ricordo, sembra esserci stato un unico giorno interminabile, infinito, che è durato sette giorni.
 
Sicuramente è stata una settimana piena di cartoni.
Un po’ perché una sera, dopo ben sei martini ed un amaro, ho scoperto che su rai yoyo dopo l’una di notte danno tutti i cartoni che guardavo io da bambina.
Quindi la scena era praticamente io in pigiama, piena di crema per il viso addosso, che guardavo Winnie Pooh con un tot di alcol nello stomaco.
Molto poetica.
 
Ed è stata una settimana piena di cartoni, di altre persone ma anche miei.
Come probabilmente avete letto su instagram, sta per uscire un mio nuovo cartone.
Era una cosa che ho iniziato a fare durante il primo lockdown: scrivevo piccoli monloghi, li disegnavo, li montavo, li doppiavo e poi li pubblicavo.
Insomma me la canto e me la suono.
Ed era un bel po’ che non li facevo, pricipalmente per mancanza di tempo, ma anche per mancanza di idee vere.
Poi, durante le vacanze di Pasqua, mi hanno ricordato che al mio compleanno dell’anno scorso ne avevo fatto uscire uno a tema.
Io che festeggiavo da sola con una torta molto ma molto finta, e ho pensato che sarebbe stato carino fare la stessa cosa a distanza di un anno.
Poi io di astrologia non ne so molto, ma si dia il caso che molte delle mie persone preferite sui social siano delle toro, come me, e a quanto ho capito è propria del toro questa profonda sensazione di egocentrismo che aumenta in modo esponenziale quando ci si avvicina al proprio compleanno.
E quindi eccomi a farmi un bel regalo da sola: quest’anno mi sono regalata un bel cartone animato di quattro minuti e mezzo che il 21 Aprile sarà pubblico su instagram alle 21:00.
 
E quindi oggi vi volevo parlare di due grandi argomenti: la paura di esporsi e quanto io odi profondamente i compleanni.
 
Iniziamo dal primo, un po’ perché nella newsletter della scorsa settimana abbiamo parlato un po’ anche di questo, in qualche modo.
Abbiamo parlato di quando non ci sentiamo abbastanza, di quando non ci sentiamo all’altezza, e la paura di esporsi spesso ha le proprie radici in questi tipi di pranoia.
 
Partiamo da un presupposto, ora voi guardate me, o comunque guardate quello che faccio, i lavori che pubblico su instagram, le varie foto, qualche video su tiktok o comunque leggete la mia newsletter, no?
E magari qualcuno di voi penserà che fare tutto ciò sia facile, che magari io o persone come me hanno questo istinto innato verso la condivisione.
Sbagliatissimo.
Vi racconto questa storia: nel 2017, per placare i miei forti attacchi di panico, iniziai a disegnare su un ipad mini con il tappo morbido di una di quelle penne che da un lato scrivono e dall’altro hanno il tappino per i telefoni o gli ipad.
E nel 2017 decisi di volerli pubblicare, perché non erano tremendi.
 
Pur di non far capire che quei disegni erano roba mia, creai un secondo profilo instagram con un nome strano che non faceva assolutamente riferimento al mio vero nome.
Così nessuno mi avrebbe riconosciuta.
Ora mi fa molto ridere perché il nome adeliocompresso nasce proprio dal principio per cui Adelio richiami un po’ Adele, e confonde un po’ sul genere.
(non so perché, ma per me Adelio è sia femminile che maschile, e questa cosa mi fomentava un botto quando mia sorella decise questo nome per me).
 
Comunque, questo era per dire che io non ho nessuno spirito innato verso la condivisione.
Il mio stomaco fa ancora le capriole quando pubblico una mia foto sui social, oppure quando pubblico qualche video su tiktok dove mi si vede particolarmente, o dove mi si vede, parlo, e magari faccio anche qualche espressione strana.
 
Ora voi provate solo a pensare alla mia ansia e la mia angoscia nel pubblicare questo cartone, mercoledì.
 
Ogni tanto, quando non riesco a dormire, penso: “boh magari non lo pubblico, lo tengo per me”.
E poi subito dopo penso a tutte le ore di lavoro che ci sono state dietro, e allora ecco il chiaro messaggio che vorrei passarvi.
L’idea che avete di voi non può bloccarvi se avete qualcosa da dire.
Ecco, l’ho detto.
Ci sono un botto di personaggi pubblici che non hanno davvero niente ma proprio niente da dire, eppure ci sono, si espongono.
E chi invece qualcosa da dire ce l’ha? Che deve fare?
 
Ora vi svelo i miei segretissimi segreti che mi aiutano ogni giorno a superare questo ostacolo, che si tratti di paura nel pubblicare un’illustrazione particolarmente intima, una mia foto, un video o appunto un cartone.
 
Il primo è quello di non guardarlo troppo.
Dopo aver sistemato i tecnicismi della foto, le luci, i colori, oppure la voce o la velocità di un video, non li riguardo mai.
Quando sono sicura che non ci siano errori nei concetti che voglio esprimere, allora non li rileggo più.
Così non ci ripenso, non mi do l’occasione di ripensarci.
Io vado.
Pubblico, e basta.
E poi il secondo segreto: conto fino a cinque.
E lo so, questo era proprio inaspettabile eh, proprio un vero trucchetto segreto da maestri.
Però è vero: quando è tutto lì, pronto per andare, io conto.
Magari anche in apnea, trattenendo il respiro, e pubblico.
E qui un piccolo ringraziamento a tutti voi: perché vi fate sentire, mi dite spesso cosa ne pensate, mi rispondete spesso anche se non mi conoscete, mi date conferma che quello che faccio non è del tutto inutile, che i miei disegni o le mie parole arrivano davvero da qualche parte, e davvero vi ringrazio dal profondo del mio cuore.
 
Quindi, insomma….questo era per dire che sì, mercoledì esce questo mio bel cartone intitolato “22” e se il titolo lo leggete in inglese vi fate anche un piccolo spoiler (io l’ho detto, eh).
E non vedo davvero l’ora di sapere cosa ne pensiate.
 
Ed ora, invece, arriviamo al vero tema: io odio i compleanni.
 
E questa mia sicurezza, questo mio pensiero, deriva direttamente da ormai quasi 22 anni di terrificanti esperienze, mie ma anche altrui.
 
Partiamo proprio dagli albori.
Sì, proprio le feste dell’asilo.
Vorrei avere qui con me le foto del mio quarto compleanno: io vestita tutta completamente di rosa, col mio imbarazzante caschetto, con mia madre che non sapeva più come tenermi, con una mano infilata nella torta, chiaramente in lacrime.
In un pianto disperatissimo per l’imbarazzo del momento in cui spegni le candeline.
Terrificante già da allora.
 
Poi le elementari, non dico che siano il periodo peggiore perché quel ruolo è riservato ai compleanni delle medie, però le elementari ti preparano alla crudeltà che dovrai affrontare dopo.
Ricordo che le persone più fige festeggiavano sempre nelle sale giochi, dove distrubuivano questi gettoni gratis, e a pensarci ora i compleanni festeggiati nelle sale giochi erano una grandissima paraculata per i genitori.
Trenta ragazzini scalmanati completamente imbambolati davanti a degli schermi.
Quando io festeggiai in una sala giochi (sì, è successo, una sola volta) ricordo che sentii per la prima volta una parolaccia pronunciata da un mio coetaneo.
Rimasi scandalizzata.
E comunque alle elementari, l’ultimo anno, io festeggiai a casa, con una torta fatta in casa dalla mia amorevole mamma, che sopra aveva messo la cialda delle winx.
Tra l’altro era una mia richiesta,povera bimba inguenua che non sapeva che quella scelta sarebbe stata la stroncatura della sua vita sociale.
Mi chiusi nel bagno di casa mia alla mia festa, perché due ragazze continuavano a prendermi in giro per la mia torta delle winx.
Altro trauma.
 
Le medie sono state tre anni di compleanni organizzati in cui non si presentava mai nessuno, anzi, vi dirò di più.
In seconda media io organizzai una festa, ed una mia compagna ne organizzò un’altra, anche se non c’era niente da festeggiare, così sarebbero andati tutti alla sua e nessuno alla mia.
Insomma, non credo di dover commentare ulteriormente.
 
Il liceo, invece, secondo me è diviso nel periodo in cui non vuoi festeggiare perché ti senti grande, il periodo in cui vuoi festeggiare solo con tantissime bottiglie di vodka alla menta seduti su un muretto in piazza, il periodo in cui aspetti solo le sorprese degli amici più stretti, insomma un tot di fasi e periodi fin quando non arrivano i temuti 18 anni.
I miei furono preparati e studiati nel centimetro.
La sala, una stanza prenotata nell’hotel in cui festeggiavo per potermi cambiare, la palette della serata, la torta in palette, gli inviti in palette, i segna tavoli ed i nomi dei tavoli, perché il nome del tavolo indicava anche l’indice della tua figaggine.
Se eri tra quelli che dava nomi di fiori o film appartenevi agli scontati, una mia amica chiamò i tavoli con i nomi degli scienziati, una secchiona.
Io li chiamai con i nomi di alcuni scrittori che amavo: tremendamente indie, ma in realtà solo molto fissata con la letteratura.
Non parliamo nemmeno del vestito: il mio primo vestito di marca, un lungo abito di guess, tutto rosa, nemmeno a farlo apposta a voler richiamare i compleanni dell’asio.
Fu terrificante.
Rovinato da quello che era il mio ex fidanzatino, appena arrivò la mezzanotte io ubriaca smattai con tutti, gridando che la festa era finita perché io me ne volevo tornare a casa, chiaramente anche qui in lacrime.
Benissimo.
 
Quindi, dopo il 18 anni, sono arrivata a questa conclusione.
Io, come tutte le vere egocentriche del toro, credo di essere convinta che il compleanno sia un giorno estremamente speciale.
un giorno in cui davvero tutti dovrebbero fare un’eccezione per te, in cui tutto deve girare intorno a te.
Ricordo che quand’ero piccola pregavo le mie sorelle di non farmi arrabbiare al mio compleanno, di non farmi i dispetti, e bastava la minima cosa, la minima risposta brutta, anche un minimo ‘no’ ad una qualsiasi mia richiesta che io me la prendevo a male.
“Mamma ti va di lasciare l’impegno iper mega importante che stai portando a termine per appoggiare uno qualsiasi dei miei capricci?”, e se la risposta era no era la fine.
Il compleanno era rovinato.
Che catastrofista.
 
E quindi, insomma, io odio i compleanni.
Dopo i 18 li ho passati quasi tutti in lockdown ormai, tranne i 19.
Dove mamma mi ha portata a Roma: giornata di shopping, carbonara, spritz e fontana di trevi.
Ecco, non ho altri bei ricordi dei miei compleanni.
 
E questo ve lo volevo raccontare un po’ per giustificare perché mi sono regalata un cartone, ecco magari raccontandovi proprio la storia dei miei compleanni potrete capire meglio.
E un po’ perché in realtà mi fa molto ridere, mi fanno ridere questi compleanni un po’ catastrofici, da degno toro egocentrica ma molto Bridget Jones.
 
E quindi eccomi, ultima newsletter da 21enne, mi sento vecchia.
Immaginatemi però il 21 aprile, mentre ballo nelle mie mutandone da signora, non depilata chiaramente, si spera con una pizza in mano e Brdiget in tv.
 
Ecco, vi voglio salutare con questa immagine.
Spero di avervi tenuto un po’ di compagnia e di avervi fatto sorridere.
A prestissimo e buona settimana amici,
Adelio.

Newsletter del 18/04/2021

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